“Vorrei inoltre sottolineare che per la prima volta in 10 anni ci stiamo avvicinando alla media di spesa europea. Il gap era di 15 miliardi nel periodo pre-pandemico, oggi è sceso a 7,8. Continueremo a lavorare in questa direzione senza farci dettare la linea dalla propaganda. La sanità pubblica è un patrimonio; va difesa, rafforzata e, quando necessario, corretta anche con coraggio. Lo stiamo facendo consapevoli delle tante difficoltà, ma con serietà”.
Così il Ministro della Salute, Orazio Schillaci rispondendo ad un’interrogazione di Italia Viva durante il Question time in Senato. E poi sulle riforme, dalle liste d’attesa a quella sulla medicina generale: “Facciamo e vorremmo fare riforme a favore dell’unico stakeholder che ci interessa, i cittadini, e non per interessi corporativi”.
L’intervento integrale del Ministro della Salute.
Signor Presidente, comincio col dire che quello della rinuncia alle cure è un tema serio: troppi cittadini non ottengono le prestazioni alle quali hanno diritto, questo è vero, è un’ingiustizia che non va accettata ed è esattamente per questo che va affrontata con rigore. Il dato Istat citato nell’interrogazione – un italiano su 10 rinuncia alle cure – merita un’attenta lettura: non distingue tra prestazioni clinicamente necessarie e prestazioni inappropriate, non misura la rinuncia a curarsi, ma misura la rinuncia a una singola visita o esame. C’è poi un’anomalia che dobbiamo considerare: secondo questi dati, rinuncia di più il Nord rispetto al Sud e tutti gli indicatori istituzionali – LEA, mobilità sanitaria, reti cliniche – ci dicono l’opposto, quindi questo dato va studiato con attenzione non per negare il problema, ma per essere realisti e contribuire a risolverlo davvero.
Sul finanziamento sanitario, i numeri ci dicono che nel 2022 il Fondo sanitario nazionale era di 125 miliardi, nel 2026 arriverà a 142,9 miliardi (18 miliardi in più) e per il solo 2026 l’incremento complessivo è di 7,4 miliardi. Va però detto chiaramente che noi spendiamo per la sanità in proporzione a quello che produciamo. Da questo consegue che l’incremento della spesa pubblica sanitaria, che è già attestata a livelli superiori a quelli registrati storicamente, può essere perseguito esclusivamente in modo graduale e sostenibile in una prospettiva di medio periodo, nel rispetto degli equilibri di finanza pubblica e del quadro economico di riferimento. È questa la direzione intrapresa dall’attuale politica di rafforzamento progressivo del Servizio sanitario nazionale.
Vorrei inoltre sottolineare che per la prima volta in 10 anni ci stiamo avvicinando alla media di spesa europea. Il gap era di 15 miliardi nel periodo pre-pandemico, oggi è sceso a 7,8.
Sui medici di medicina generale e sulla medicina territoriale c’è un confronto con le Regioni.
Quello con le rappresentanze dei medici dura da anni, in modo serio e approfondito. Lasciatemi però dire che per la prima volta abbiamo aggiunto due categorie molto importanti: i giovani medici, che chiedono riconoscimenti e prospettive, ma soprattutto i cittadini, che vogliono punti di riferimento per la prevenzione e per le piccole e grandi esigenze di salute quotidiana, senza dover per forza affollare i pronto soccorsi.
VI è poi il decreto sulle liste d’attesa, che non è uno slogan: i primi risultati ci sono. Sono più di mille gli ospedali che hanno incrementato le performance del 20 per cento; oggi l’81 per cento delle prestazioni sanitarie viene erogato nei tempi previsti; i dati Agenas dimostrano, su 50 milioni di prestazioni, che il trend si sta invertendo. Sulle case di comunità, il target PNRR è di 1.038 e, su queste, 781 sono attive; è un cantiere aperto. Vorrei poi ricordare che per il 2026 abbiamo stanziato 500 milioni per la prevenzione sanitaria, perché curare costa più che prevenire e lo sappiamo. Abbiamo scelto la strada più impervia, quella di valorizzare le risorse e di organizzare, non quella dei fondi a pioggia. Soprattutto, facciamo e vorremmo fare riforme a favore dell’unico stakeholder che ci interessa, i cittadini, e non per interessi corporativi.
Continueremo a lavorare in questa direzione senza farci dettare la linea dalla propaganda. La sanità pubblica è un patrimonio; va difesa, rafforzata e, quando necessario, corretta anche con coraggio. Lo stiamo facendo consapevoli delle tante difficoltà, ma con serietà.
La replica di Annamaria Furlan (IV-C-RE). Signora Presidente, signor Ministro, non siamo proprio per nulla soddisfatti delle sue risposte e non potremo mai esserlo, quando milioni di cittadini, di cittadine, di uomini e di donne del Paese sono costretti a rinunciare alle cure. (Applausi). Voi non avete chiaro cosa questo significa. Significa che giovani, anziani, ragazze e ragazzi che hanno bisogno del sistema sanitario non possono più godere di questo diritto. Il nostro sistema sanitario, che per anni è stato un fiore all’occhiello nella nostra Europa, guardato dagli altri Paesi per la sua capacità di garantire prestazioni a tutti, ormai sta facendo acqua da tutte le parti e continuate a non assumere. Se abbiamo una carenza di oltre 60.000 infermieri, come pensate di aprire e di attivare le case di comunità?. Vi siete inventati nuove formule sui medici di base, ma ne mancano oltre 5.000. Non è che, cambiando la disposizione di questi, voi supplite alla carenza. Ormai la mobilità sanitaria, da una Regione all’altra, dal nostro Paese agli altri Paesi, per garantirsi le cure è arrivata a percentuali veramente non più sopportabili. Avete continuato a tagliare, per cui mancheranno 30 miliardi per rispondere al bisogno di diritto alla salute. Mi dispiace dirglielo, signor Ministro, capisco i suoi sforzi, ma la realtà è ben diversa. Questo è un Paese che non garantisce più le cure.