Coronavirus. Rezza (Iss) commenta i più recenti dati di mortalità: “Con un’azione di forte contenimento sin dall’inizio si evita la pandemia”
Uno degli studi su cui si basa questa stima del tasso di mortalità per infezione è stato condotto dall’Institute for Disease Modeling e calcola un IFR dello 0,9%. Rispetto a questo dato, gli autori dello studio commentano che “COVID-19 mostra un grave potenziale pandemico in assenza di interventi efficaci”, al punto da considerare l’infezione “‘possibilmente’ paragonabile al 1918”, riferendosi alla famosa influenza spagnola, una delle pandemie più letali del secolo. Dobbiamo preoccuparci? Ne parliamo con Giovanni Rezza, direttore del dipartimento di Malattie Infettive dell’Istituto superiore di sanità.
Cosa intendiamo per tasso di letalità dell’infezione da coronavirus?
Il tasso di letalità corrisponde al numero di morti rispetto al numero di malati confermati e nel caso di COVID-19 si aggira intorno al 2,3%. Questa cifra potrebbe essere sovrastimata, poiché generalmente soltanto i casi gravi di influenza vengono confermati ed essi rappresentano solo una parte del totale. È anche vero che la percentuale prende in considerazione dei casi segnalati di recente, una parte dei quali potrebbe sviluppare una malattia grave e morire. In ogni caso credo che un tasso del 2,3% sia sovrastimato, molti casi sono lievi o asintomatici e non vengono confermati.
Cosa misurano invece il tasso di mortalità per infezione e la mortalità complessiva?
Il tasso di mortalità per infezione è una stima del rapporto tra i morti a causa dell’infezione e tutte le persone infette dal virus, sia i casi noti, di malattia diagnosticata, sia i casi di malattia lieve o asintomatica non diagnosticata, quindi naturalmente è un caso molto più basso.
La mortalità complessiva riguarda invece la mortalità rispetto alla popolazione in generale e chiaramente è bassa, più bassa dell’influenza, ma attenzione, questo avviene perché l’epidemia è stata circoscritta, quindi al momento è presto per pronunciarsi su questo aspetto.
Gli autori dello studio commentano che “COVID-19 mostra un grave potenziale pandemico in assenza di interventi efficaci”, al punto da considerare l’infezione “possibilmente paragonabile” all’ influenza spagnola del 2018. Non è una stima esagerata?
L’influenza spagnola del 1918 fece il giro del mondo. Nel nostro caso ci auguriamo che COVID-2019 non diventi una pandemia. Naturalmente, se non ci fossero degli interventi adeguati, la mortalità generale aumenterebbe molto. Con un'azione di forte contenimento sin dall’inizio, la pandemia può essere evitata.
In Cina, la situazione è sfuggita di mano perché si è intervenuti un mese e mezzo dopo la comparsa della malattia, quindi la situazione era già fuori controllo. Sono state prese poi una serie di misure per non far allargare il focolaio iniziale e, in parte, hanno funzionato. Laddove si sono manifestati focolai secondari, sono state immediatamente messe in pratica queste misure che hanno permesso di tenere sotto controllo dei focolai abbastanza importanti. Sono stati identificati dei focolai in Corea del Sud, in Malesia, in Giappone, a Singapore e forse anche in Iran. È necessario intervenire molto prontamente, come sono intervenuti i Cinesi, ma è da vedere se in questi Paesi si riusciranno a mettere in atto le stesse misure.
Al momento il tasso di mortalità per infezione stimata per COVID-19 è meno della metà rispetto alla mortalità per casi sintomatici calcolata dal CDC per l’influenza spagnola (del 2,04%), il che non è poco. È chiaro però che se il virus facesse il giro del mondo indisturbato farebbe molti danni. Per questo vanno prese le stesse misure del governo cinese.
Camilla de Fazio
20 Febbraio 2020
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