Cristelli (Sanofi): “L’immunizzazione che serve per uscire dalla crisi”
La sfida dell’immunizzazione, ha detto, potrebbe essere importante soprattutto in tempo di crisi. In che senso?
Quando una crisi economica così forte colpisce il mondo chiaramente la prima risposta dovrebbe essere quella di ridurre gli sprechi. Questo è uno slogan che sentiamo recitare spesso, ma che dobbiamo mettere in atto. La prevenzione, e in particolare quella vaccinale, fa proprio questo dando ottimi risultati: abbiamo stime che dimostrano come se si investe 1 euro in vaccini si evita una spesa sanitaria futura di un valore che oscilla tra i 10 e i 23 euro. Se ci fossero tassi di rendita così alti in banca chi non andrebbe a investire? Eppure da noi continua ad esserci un problema in questo senso: facciamo fatica non solo a raggiungere gli obiettivi europei, fissati dalla sezione regionale dell’Oms, ma addirittura a stare al passo con quelli del nostro piano nazionale di immunizzazione.
Che ripercussioni ha, secondo lei, tutto ciò?
Nelle categorie a rischio i vaccini salvano letteralmente la vita. L’esempio più banale è di nuovo quello dell’influenza, per il quale l’Oms stima che l’immunizzazione possa ridurre fino all’80% il rischio di morte, soprattutto negli anziani. Ma di esempi di questo tipo se ne potrebbero fare molti altri.
Ma la questione non riguarda solo le categorie più vulnerabili: se nella popolazione normale si vaccina contro l’influenza una persona su cinque, vuol dire che la popolazione attiva, quella che produce Pil, per capirci, è maggiormente esposta all’infezione. Questo è grave non solo nelle pandemie influenzali, ma di nuovo incide sul benessere pubblico anche in periodi di crisi come questo: una popolazione che potenzialmente non sta bene produce anche di meno, è meno creativa. E questo, come già dicevamo prima, non ce lo possiamo proprio permettere in questo periodo.
Eppure la diffidenza, tra i cittadini e spesso anche tra i professionisti, è ancora alta. Il problema potrebbe essere anche che talvolta sembra che le case farmaceutiche vogliano vendere e basta, più che far bene alla popolazione. Come risponde a questo?
È verissimo, io lo dico sempre, a volte l’industria del farmaco promuove i vaccini come se fossero tappeti. Ma questo problema può essere risolto in maniera abbastanza intuitiva: basta formare bene popolazione e medici con una educazione proattiva; ma soprattutto stabilire un sistema di regole, magari che funzioni bene a livello regionale, che possa essere di sostegno alla cittadinanza. In tutti gli altri paesi esiste un sistema di regolamentazione delle autorità che serve proprio a controllare che la popolazione sia tutelata, in Italia ancora non lo abbiamo.
Alla luce di quanto discusso cosa bisognerebbe fare secondo lei oggi?
La prima cosa è sicuramente una campagna educazionale. La popolazione deve sapere cosa è un vaccino, come funziona. Ma soprattutto deve sapere quali sono i risultati attesi per un sistema di vaccinazione che funziona, non solo a livello di salute personale, ma anche – come abbiamo discusso – complessivamente per la società.
Quello della prevenzione è l’unico stile di vita che ci permetterà di andare avanti, e questo va spiegato: a scuola si imparano tante cose, si fanno tante campagne di comunicazione, eppure la cultura della prevenzione proprio non riesce a passare in questo paese. E questo, forse, dipende anche dal fatto che oltre alla popolazione andrebbero sostenuti ed educati anche gli operatori sanitari. In questo senso, il Ministero della Salute aveva già iniziato a lavorare su due fronti, quello dell’informazione e quello della attuazione della copertura vaccinale a livello regionale, in base alle necessità. Infine, in questo quadro, bisogna anche definire i criteri di valutazione per la copertura a tutti i livelli, dal nazionale, al regionale, alle singole Asl. Per chiedersi finalmente cosa veramente facciamo per mantenere la popolazione in salute.
Laura Berardi
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21 Aprile 2012
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