Del Prato (SID): “Dover ricorrere a linee guida specifiche è un’amara sconfitta”
Ma come è cambiata la situazione negli ultimi anni? “Il diabete è una condizione che può interessare tutte le età della vita, dall’infanzia alla vecchiaia”, ha spiegato. “Tuttavia, fino a qualche anno fa il diabete che insorgeva in età infanto-giovanile veniva considerato diverso dalla forma che insorgeva in età adulta. Il primo, noto come diabete tipo 1, è dovuto alla distruzione delle cellule che producono insulina, l’ormone che controlla i livelli dello zucchero nel nostro sangue (glicemia). La carenza di questo ormone impedisce all’organismo di generare l’energia di cui ha bisogno a partire dallo zucchero e lo costringe a ricercarla utilizzando i grassi depositati nei nostri tessuti. Quando questo processo diventa particolarmente grave, questi grassi formano corpi chetonici (tra i quali l’acetone) che se prodotti in quantità eccessive intossicano l’organismo e creano condizioni di emergenza (chetoacidosi)”.
Diverso invece il diabete di tipo 2. “Nell’adulto, il diabete (diabete tipo 2) raramente si accompagna a formazione di corpi chetonici perché la produzione dell’insulina non è quasi mai completamente assente, anche se questa insulina fatica ad agire normalmente (insulino-resistenza)”, ha continuato. “Il diabete tipo 1 è sempre stato considerato un diabete che insorge in età infantile, in soggetti con normale peso corporeo e di solito si manifesta improvvisamente a volte con il quadro drammatico della chetoacidosi. Al contrario, il diabete tipo 2 era considerato una condizione che si sviluppava lentamente in soggetti adulti generalmente in sovrappeso con, in particolare, un eccesso di girovita e che poteva procedere, anche per lungo tempo, senza particolari sintomi al punto che frequentemente veniva riscontrato in occasione di abituali check-up. Questa distinzione piuttosto chiara sta però via via scomparendo soprattutto perché il diabete tipo 2 diventa sempre più comune nelle età giovanili e adirittura in età pediatrica”.
Un dato, come già accennato, estremamente preoccupante. “Se il diabete tipo 1 era relativamente poco frequente (80-100 nuovi casi per milione di abitanti all’anno) il diabete tipo 2 è molto più frequente ed interessa non meno del 5% della popolazione italiana, una percentuale destinata a crescere con il passare del tempo”, ha commentato Del Prato. “Il motivo di questa maggiore frequenza del diabete tipo 2 è largamente dovuta allo stile di vita (poca attività fisica e dieta ipercalorica) con il conseguente aumento dell’obesità, il principale fattore scatenante per il diabete tipo 2. Proprio le generazioni più giovani stanno pagando lo scotto maggiore di questi cambiamenti di vita: attività sedentarie, televisione, computer, giochi elettronici tutto contribuisce a ridurre l’attività fisica nei nostri ragazzi. A questo si unisce un’insana abitudine a un uso eccessivo di bevande zuccherate, di alimenti preconfezionati, di colazioni saltate e il ricorso a merendine e spuntini vari il tutto sostenuto da un massiccio battage pubblicitario.
E così, la prevalenza di obesità e diabete cresce anche nei bambini. “Il risultato è che l’Italia è la maglia nera dell’obesità in Europa: 23 bambini di età compresa tra gli 8 e 9 anni su 100 sono in sovrappeso e 11 su 100 francamente obesi. Pochi anni di questa situazione e il diabete tipo 2 comincia a comparire a 10, 11, 12 anni”, spiega ancora il presidente SID. “Oggi si può calcolare che su ogni 10 bambini ai quali viene diagnosticato il diabete, 2 hanno un diabete tipo 2, condizione pressoché sconosciuta in questa età fino a qualche anno fa. Questo fenomeno è destinato ad aumentare come purtroppo ci insegna l’esperienza americana. In quel Paese il diabete tipo 2 è un problema talmente importante da avere reso necessario il tentativo di codificare il trattamento di questi bambini redigendo una apposita linea guida”.
Una amara sconfitta, la definisce Del Prato. “Potrebbe essere visto come un doveroso atto da parte della classe medica e dei medici specialisti, in particolare, ma in realtà è un’amara sconfitta”, ammette secco. “Vuol dire che per un’incapacità di trasmettere concetti di salute adeguati e di arginare il fenomeno obesità siamo costretti a pensare a quale farmaco cominciare a somministrare a un bambino, che dovrà continuare ad assumerne sempre di più per gli anni a seguire nel tentativo di evitare le conseguenze del diabete e cioè le complicanze a carico di occhi, nervi, rene, cuore e vasi. Ritengo che tutto questo debba fare riflettere con grande attenzione perché questo non può essere l’eredità che lasciamo ai nostri figli. La battaglia contro il diabete non può essere condotta solo con la promulgazione di sacrosante linee guida ma anche e soprattutto con una forte azione educativa su tutta la popolazione, sui ragazzi e i loro genitori e sui genitori a venire mostrando quelli che sono i rischi di una condizione che s’instaura nell’infanzia, si trascina nell’adolescenza e prosegue nell’età adulta”.
01 Febbraio 2013
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