Intervista. Matesanz (Spagna): “L’Italia capofila per qualità e sicurezza nei trapianti”
Direttore, come è nata l’idea di istituire la South Transplant Alliance?
È nata dal dialogo tra tre Paesi che sono molto simili tra loro per quanto riguarda il settore dei trapianti e credo che si tradurrà in una grande opportunità che produrrà importanti risultati per lo sviluppo del settore. Una grande opportunità per i professionisti, per i malati e anche per i governi di questi tre Paesi.
Perché l’Italia è stata scelta per la prima presidenza?
È dall’Italia che la South Transplant Alliance muove i primi passi e ci sembrava opportuno che a guidarla, in questa prima fase, fosse l’Italia e il direttore del suo Centro nazionale trapianti, Alessandro Nanni Costa. Il rapporto tra i tre Paesi è però assolutamente paritario, perché è riconosciuta l’efficienza di ciascuno dei suoi sistema trapianto, anche se poi, ogni Paese, ha i suoi punti di forza. L’Italia è sicuramente capofila per quanto concerne la qualità e la sicurezza dei processi di espianto/trapianto.
Invece cosa è che già oggi accomuna Italia, Spagna e Francia?
Aspetto prioritario, sono sistemi pubblici, cioè che fanno riferimento allo Stato, così non è negli altri Paesi europei, dove la gestione dei processi di trapianto è affidata ad organizzazioni private. Inoltre sia Francia che Spagna e Italia hanno una rete trapiantologica forte e rappresentano circa il 50% dei donatori di cadavere e il 45% circa del totale dei trapianti di organi, cellule e tessuti tutta Europa. In pratica significa che metà dell’attività di trapianto dell’Unione Europea da oggi lavorerà insieme.
Cosa vi aspettate?
Di imparare molto gli uni dagli altri e di ottenere importanti risultati da questa collaborazione. Credo che la nostra agenda sia molto buona, a partire dal progetto sui trapianti di rene con modalità cross over, cioè incrociati. La possibilità di trovare una coppia donatore-ricevente diventa così molto più grande. Ma anche mettere insieme i programmi formativi dei nostri Paesi credo che si rivelerà una strategia vincente, anche perché i tre Paesi sono per certi versi molto complementari. In Spagna abbiamo fatto molto per quanto riguarda il training dei coordinatori, in Francia sui chirurghi e l’Italia, come accennato, è un modello per quanto riguarda la qualità e la sicurezza.
Le donazioni da vivente e quelle cross over sono la nuova frontiera del settore trapianti?
Per certi versi sì, ma la donazione da cadavere resta necessaria. La donazione da vivente ha indubbiamente degli aspetti molto vantaggiosi e importanti, sia quanto a reperibilità dell’organo che a compatibilità, anche anagrafica con il ricevente. L’età dei donatori cadaveri infatti sta crescendo, questo significa che gli organi donati sono sempre più vecchi. Se ad aspettare un trapianto è un giovane, è però preferibile che l’organo sia giovane e il trapianto da vivente in questo ambito può essere una grande risorsa. È bene però ricordare che una modalità non esclude mai l’altra, anche perché non sempre è possibile effettuare donazioni da vivente.
La donazione da vivente diventa ancora più importante per rispondere ai bisogni di trapianti pediatrici?
È sicuramente l’ambito in cui si può lavorare meglio, in questa modalità ma anche in tutte le altre. Infatti accade a volte che ci siano gli organi, ma non i bambini che hanno bisogno di trapianto, o che ci siano bambini in lista d’attesa ma carenza di organi. Creare una rete comune tra i tre Paesi aprirà la strada a molte possibilità in più di intervento e sicuramente quello dei trapianti pediatrici sarà una delle aree in cui investiremo maggiore impegno.
01 Ottobre 2012
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