La manovra, l’imperatore, i vassalli e i valvassori
Stiamo parlando, del resto, dei rapporti tra i massimi livelli di governo della nostra Repubblica. Il nuovo articolo 114 della Costituzione, riformato nel 2001, stabilisce che “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato” e che “I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i principi fissati dalla Costituzione”.
Una siffatta articolazione istituzionale dovrebbe conseguentemente prevedere un’architettura di relazioni tra le parti ben delineata e con procedure ben determinate, così da garantire una reale gestione unitaria del Paese nell’ambito delle rispettive competenze e autonomie.
In realtà, come sappiamo, tale cornice non è mai stata definita e ci si è limitati a dare una valenza “di sede privilegiata della negoziazione politica” alla Conferenza Stato Regioni e Unificata. Già il termine “negoziazione” lascia intendere la natura di un rapporto viziato sul piano dei ruoli e delle prerogative che sta inchiodando Stato e Regioni su una prassi per l’appunto meramente negoziale. E nemmeno tra “pari”, quanto tra controparti, delle quali, l’una, lo Stato, mantiene ben salda l’ultima parola, salvo lasciare alle Regioni la facoltà di ricorrere alla Corte Costituzionale quale ultima sponda per stoppare l’eventuale invasione di campo dello Stato nelle loro prerogative.
Nel caso della manovra economica straordinaria di quest’inizio estate, poi, non vi è stato neanche un accenno alla negoziazione “ante”, limitandosi a sbattere sul tavolo della Stato Regioni un decreto legge già pubblicato in Gazzetta Ufficiale.
Ne è venuto fuori un confronto nel merito fin dall’inizio in salita, con le Regioni mortificate nel ruolo di strappare qualche miglioramento al Governo nazionale.
In sostanza uno scenario assolutamente pre-riforma del Titolo V, che vede le Regioni e gli altri Enti locali, considerati più alla stregua di vassalli e valvassori ai quali si chiede di applicare una legge e non di condividerla fin dalla sua fase ideativa. Non deve quindi stupire la reazione regionale, tanto più che gran parte della manovra tocca direttamente ambiti e prerogative locali sul piano finanziario, economico, organizzativo e gestionale.
Di tutto questo, nelle analisi e nei vari retroscena giornalistici non si dice quasi nulla. Tengono banco le singole dichiarazioni, le sferzate polemiche dell’uno contro l’altro, il tira e molla politico tra chi vorrebbe “concedere” qualcosa e chi non vuole mollare nulla.
Insomma si tratta la questione come ordinaria amministrazione di una polemica tra le parti in causa, dove il merito del contendere si assimila alla difesa di specifici interessi.
Ma le Regioni, le Province e i Comuni non sono una categoria sociale o professionale. I presidenti di Regione e di Provincia e i Sindaci, non sono i segretari di un sindacato ma i rappresentanti, eletti dal popolo, di intere fette di territorio nazionale che, legittimamente, governano con ampia autonomia e non per delega dell’imperatore ma per dettato costituzionale.
Per questo, al di là di come andrà a finire e al di là del probabile compromesso che si cercherà di trovare a tutti i costi, questa crisi di inizio estate dovrebbe farci riflettere sull’urgenza improrogabile di rivedere, funzionalmente alla nuova Costituzione (in vigore ormai da quasi dieci anni), non solo i flussi e le prerogative finanziarie (a ciò dovrebbe pensare la legge sul federalismo fiscale) ma anche le sedi, le regole e le modalità con le quali Stato, Regioni, Province e Comuni assumano a pieno i poteri e le responsabilità che la Carta Costituzionale ha loro affidato.
Cesare Fassari
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05 Luglio 2010
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