La medicina ai tempi della comorbilità
Un attacco su più fronti che chiama il medico ad adottare nuove strategie di cura. E nel corso del XVI Congresso nazionale Fadoi a Firenze, i medici internisti riaffermano il proprio ruolo nel contrastare il fenomeno della co-morbilità, nel rompere gli schemi tradizionali per guardare al paziente a 360 gradi. L’obiettivo è mettere in pratica una medicina cucita sul paziente, individuando i percorsi più idonei e le priorità.
“Quello che si sta verificando – spiega Carlo Nozzoli, presidente della Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti (Fadoi) – è un cambiamento epocale. Per la sanità in generale, ma ancor più per il modo in cui il medico è costretto a rapportarsi a questa nuova ‘specie’ di pazienti. Al punto che oggi più che il concetto di co-morbilità – che descrive una patologia “dominante” a cui se ne associano altre secondarie – tendiamo a parlare di multi-morbilità: un insieme di malattie che minano lo stato di salute complessivo. Non possiamo più approcciare a questo paziente con gli schemi tradizionali che ci hanno guidato in passato e che erano caratterizzati dal confronto con una singola malattia. Su questa categoria di pazienti non è più possibile applicare pedissequamente le linee guida. Occorre – aggiunge Nozzoli – mettere in pratica una medicina cucita sul paziente, è necessario individuare i percorsi più idonei, le priorità. Ed è necessario tenere in conto una varietà di aspetti che, spesso, esulano dal semplice piano sanitario: i problemi abitativi, la solitudine, chi assiste il paziente quando torna a casa. Aspetti solo apparentemente secondari, ma che in realtà possono avere un peso determinante su outcome sanitari come per esempio la compliance con i farmaci”.
Per capire nel concreto il problema della complessità basta un giro in un reparto di medicina generale. Uno studio recentemente condotto su 386 pazienti ricoverati in 11 reparti di medicina generale in Emilia Romagna e Marche ha cercato di fotografare il profilo del paziente tipo. L’età media dei pazienti è 71,9 anni. Nella grande maggioranza dei casi presentava oltre alla diagnosi di ammissione in reparto, almeno altre tre patologie concomitanti. Le ragioni di ricovero più frequenti sono risultate essere cancro, scompenso cardiaco, ictus, polmonite, Bpco. Ma a fianco di esse, i pazienti presentavano disturbi come ipertensione, aterosclerosi, anemia, diabete, insufficienza renale, neuropatie, aritmie cardiache o patologie reumatologiche. A completare il quadro, il 55 per cento dei pazienti era totalmente o parzialmente dipendente dall’aiuto di terzi, il 10 per cento presentava difficoltà di comunicazione, il 63 per cento aveva bisogno di assistenza sanitaria dopo le dimissioni.
“Ecco dunque la complessità e le difficoltà a essa associata. Con questa categoria di malati – afferma Nozzoli – non è possibile impostare un’assistenza senza tenere conto dell’impatto che essa può avere sulle altre patologie concomitanti. Si pensi a un paziente con polmonite che non abbia altre patologie. A questo paziente il medico potrà somministrare vari antibiotici. Ma se il paziente, oltre alla polmonite, ha anche insufficienza renale cronica, in tal caso sarà necessario valutare se è possibile prescrivere quell’antibiotico, a quale dosaggio somministrarlo e occorrerà tenere conto di numerose altre variabili per contemperare la necessità di un trattamento al disturbo immediato con quella del rispetto della condizione clinica. In questo contesto si inserisce la figura dell’internista, un medico formato alla complessità. In grado di affrontare molte patologie, singolarmente e nel modo in cui interagiscono. E grazie a queste conoscenze, restituire una visione a 360 gradi”.
16 Maggio 2011
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