Stati vegetativi: no a definizione “permanente”
“Allo stato attuale delle conoscenze – si legge nel documento – il gruppo di lavoro ritiene che non possa essere esclusa la presenza di elementi di coscienza nei pazienti in stato vegetativo, ma che il livello e la qualità di tali elementi di coscienza variano da paziente a paziente, anche in dipendenza dal contesto ambientale”.
Secondo gli esperti sembra “che non può essere escluso in assoluto un miglioramento delle funzioni cognitive, anche a distanza di molti anni dall’evento acuto, a seguito di processi rigenerativi e di riorganizzazione plastica delle strutture cerebrali”. Per questi motivi il gruppo di lavoro raccomanda di non descrivere lo stato vegetativo diagnosticato con gli aggettivi di “persistente” o “permanente” ma indicando la causa che lo ha determinato e la sua durata in settimane o mesi.
Si tratta, ha spiegato Gianluigi Gigli, coordinatore della Commissione “di un lavoro durato molto tempo e che si è mosso lungo tre direttrici principali: quantificazione del fenomeno; revisione della letteratura scientifica internazionale; organizzazione dei servizi”.
Il lavoro inoltre è stato portato avanti su due livelli: da una parte la Commissione scientifica composta da esperti del settore e dall’altra le associazioni di pazienti e familiari, tutte convocate al tavolo istituzionale del ministero. Il Libro Bianco è la prima esperienza simile tra persone che vivono questo disagio
Questo è un percorso iniziato, tracciato e che quindi va perseguito. Il lavoro della Commissione – ha spiegato la Roccella – sarà costantemente aggiornato. Anche perchè come ha ribadito lo stesso Gigli “sulla percezione del dolore non è stata detta la parola definitiva. E sulla sensazione di fame e di sete torneremo in un futuro se il sottosegretario ce ne darà modo”.
Scorrendo la sintesi del Documento si apprende che il Gruppo di lavoro ritiene opportuno raccomandare che, in futuro, gli studi sulla riabilitazione dei pazienti in SV e in stato di minima coscienza possano essere effettuati utilizzando i risultati della risonanza magnetica funzionale cerebrale come guida per la pianificazione degli interventi.
S.S.
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07 Giugno 2010
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