8 marzo. Sip: “Gender-gap e violenza. Le donne hanno poco da festeggiare”

8 marzo. Sip: “Gender-gap e violenza. Le donne hanno poco da festeggiare”

8 marzo. Sip: “Gender-gap e violenza. Le donne hanno poco da festeggiare”
La Società italiana di psichiatria ricorda come, in sanità, “solo il 20% delle donne arriva a ricoprire ruoli apicali” e le donne medico sono “oggetto dei maggiori episodi di violenza di genere in ambito ospedaliero”. Appello contro la violenza di genere: “E’ fondamentale educare al rispetto del pensiero dell’altro”. E per una sanità orientata all’individuo: “Conoscere le differenze di genere è uno dei primi tasselli. Servono studi clinici su entrambi i sessi”.

“Da 20 anni nessuna rivoluzione professionale o sociale ha veramente riguardato le donne”. Ne è convinta la Sip, la Società italiana di Psichiatria, che in occasione della festa della donna che si celebra domani, 8 marzo, porta a conferma della sua posizione i dati del gender-gap: caso emblematico proprio nella sanità. “L’80% del personale infermieristico è donna, il 53-54% è medico specialistica. Eppure, solo il 20% arriva a ricoprire ruoli apicali. E solo di recente anche la Società Italiana di Psichiatria ha potuto fare il passo avanti richiesto portando alla presidenza due donne dopo 150 anni di gestione maschile. Emi Bondi (direttore del DSM dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo) attualmente in carica in rappresentanza della psichiatria ospedaliera, e Liliana Dell’Osso (docente all’Università di Pisa) che subentrerà a fine maggio in rappresentanza della psichiatria universitaria”.

Una difficoltà anche ‘fisica’: “Sono le donne medico oggetto dei maggiori episodi di violenza di genere in ambito ospedaliero. Dall’omicidio di Barbara Capovani, all’ultima gravissima aggressione a L’Aquila ai danni della psichiatra Francesca Pacitti. Due punte di un iceberg che nasconde centinaia di casi quotidiani che ormai non vengono più nemmeno denunciati”.

“Le donne stanno conquistando posizioni nelle professioni sanitarie e nella ricerca medica – dichiara Emi Bondi –. Ma la strada è lunghissima. A livello di classe medica sì è di poco superata la parità con circa 53-54% di donne in servizio, ma quelle in posizioni apicali, ad esempio i primariati (e ancora meno fra i professori universitari), sono in stallo cronico da decenni: solo circa il 20% di donne raggiunge posizioni di vertice. Non sono fautrice del gender-balance tout-court; tuttavia, ritengo necessario che siano offerte le stesse possibilità di carriera a entrambi i generi, secondo criteri di merito, non del sesso di appartenenza, né in senso di promozione o discriminatorio”.

Un’attenzione che deve iniziare a coinvolgere anche l’ambito della ricerca e della sperimentazione. “La nuova frontiera della medicina ‘di precisione’ o individualizzazione della cura non può non tenere presente di una delle principali variabili, che è appunto il genere – spiega Emi Bondi –. In tutti gli ambiti della medicina vi sono differenze di incidenza delle malattie fra uomini e donne. In ambito psichiatrico abbiamo patologie (come ansia e depressione o i disturbi del comportamento alimentare) che vedono una netta prevalenza nel sesso femminile, con una eziopatogenesi differenziata sia biologica che ambientale in base al sesso. Inoltre, spesso, è diversa l’espressione sintomatologica dei disturbi e sicuramente vi è una diversa risposta ai farmaci, con un maggior numero di effetti collaterali nel genere femminile. L’OMS, ha in questo senso, richiamato la necessità di studi clinici su entrambi i sessi, per stabilire ad esempio il dosaggio corretto di un farmaco, che non può essere, come avvenuto fino ad ora, dovuto a sperimentazione solo su soggetti maschili”.

Infine, la giornata dell’8 marzo deve essere occasione per alcune considerazioni sulla violenza di genere, fenomeno che va monitorato e combattuto, legato a fattori di natura culturale, ovvero in una società solo apparentemente paritaria e che riconosce gli stessi diritti, esistono ancora l’intolleranza verso l’indipendenza e l’autonomia della donna. “Il ‘non possesso’ che innesca odio, rancore e frustrazione che porta fino alla distruzione dell’altro. È pertanto fondamentale – conclude Emi Bondi – l’educazione al rispetto del pensiero e della volontà dell’altro, alla base non soltanto di una sessualità serena, ma un di rapporto corretto. Considerare l’altro come persona parte della propria vita, arricchendola di amore”.

07 Marzo 2024

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