Un doppio canale per reclutare i medici nel Servizio sanitario nazionale, lasciando alle aziende sanitarie la possibilità di scegliere se coprire i posti vacanti attraverso il tradizionale rapporto di dipendenza oppure ricorrendo alla specialistica ambulatoriale convenzionata. Il tutto all’interno di un nuovo Accordo collettivo nazionale unico per ospedale e territorio, con regole omogenee, tutele definite e la possibilità di utilizzare i professionisti dove ce n’è maggiore bisogno.
È la proposta lanciata dal segretario generale del Sumai Assoprof, Antonio Magi, nel corso del 58° Congresso nazionale del sindacato, in svolgimento a Roma dal 18 al 21 ottobre, alla presenza del ministro della Salute Orazio Schillaci.
Un progetto che punta a modificare profondamente l’organizzazione del lavoro medico nel Ssn e che, secondo una simulazione economica elaborata dal sindacato, potrebbe produrre 4,8 miliardi di euro di risparmi nel decennio 2027-2036, arrivando a circa un miliardo di euro l’anno a regime. Risorse che, nelle intenzioni del Sumai, dovrebbero rimanere interamente nella sanità pubblica per finanziare personale, retribuzioni, abbattimento delle liste d’attesa e rafforzamento dell’assistenza territoriale.
Come funzionerebbe il doppio canale
Il meccanismo proposto dal Sumai riguarda innanzitutto il turnover dei dirigenti medici. Quando un posto si rende vacante, la Regione e l’azienda sanitaria potrebbero decidere, motivando la scelta all’interno del piano dei fabbisogni, se coprirlo con un medico dipendente oppure con uno specialista convenzionato, attraverso incarichi da 12, 24 o 38 ore settimanali.
Non si tratterebbe, dunque, di trasformare automaticamente i contratti dei medici ospedalieri, ma di introdurre uno strumento alternativo di reclutamento da utilizzare in base alle necessità organizzative e assistenziali.
Magi ha voluto chiarire alcuni punti fondamentali della proposta: nessun medico attualmente in servizio cambierebbe contratto, il rapporto di dipendenza non sarebbe destinato a scomparire e la direzione delle strutture complesse resterebbe riservata ai medici dipendenti. Anche per i professionisti il passaggio alla convenzione sarebbe una scelta volontaria.
L’obiettivo è offrire alle aziende uno strumento in più per affrontare le carenze di personale, soprattutto nelle discipline e nelle aree geografiche in cui i concorsi risultano poco attrattivi.
Del resto, secondo i dati riportati nella relazione congressuale, dei 109.024 medici dipendenti del Ssn circa 55.300 usciranno dal servizio tra il 2027 e il 2036, considerando pensionamenti e dimissioni. Un ricambio che potrebbe diventare l’occasione per ridisegnare progressivamente l’organizzazione del lavoro.
I conti del Sumai: fino a 8,8 miliardi di risparmi
La proposta è accompagnata da un’analisi economica che il Sumai ha già consegnato al Ministero dell’Economia nel settembre scorso.
Secondo i calcoli del sindacato, a parità di ore lavorate, il costo aziendale di uno specialista convenzionato oscillerebbe tra 46,96 e 58,09 euro l’ora, a seconda delle componenti retributive e contributive considerate, compresi premi previsti dall’ACN e IRAP.
Il costo orario di un dirigente medico dipendente sarebbe invece pari a 63,26 euro, mentre il ricorso ai medici a gettone potrebbe arrivare a 75 euro nei servizi ordinari e fino a 85 euro nei pronto soccorso.
Applicando progressivamente il doppio canale ai posti liberati dal turnover, il sindacato stima un risparmio cumulato di 4,8 miliardi nel periodo 2027-2036 nello scenario centrale. La forchetta delle simulazioni va da 2,8 a 8,8 miliardi.
Anche nello scenario più prudente, ipotizzando una minore adesione al modello, meno uscite dal servizio e un anno di ritardo nell’attuazione, il saldo rimarrebbe positivo per circa 950 milioni di euro.
Il Sumai calcola inoltre che ogni anno di ritardo potrebbe costare circa 840 milioni di euro di risparmi potenziali non realizzati, considerando che il picco dei pensionamenti è atteso tra il 2029 e il 2033.
Si tratta, va precisato, di simulazioni elaborate dal sindacato a costi costanti 2026 e non di quantificazioni ufficiali validate dalla Ragioneria generale dello Stato. La stessa relazione riconosce che una parte del minor costo della convenzione deriva dalle differenti tutele rispetto alla dipendenza, che andrebbero rafforzate, e che il modello dovrà disciplinare adeguatamente guardie, reperibilità e continuità assistenziale.
Un contratto unico per lavorare sia in ospedale sia sul territorio
Il secondo pilastro della proposta è la creazione di un ACN unico della Specialistica Convenzionata Interna, articolato in una parte generale comune e in due sezioni specifiche: Territorio e Ospedale.
La parte generale disciplinerebbe graduatorie uniche, compenso base, previdenza ENPAM, tutele, formazione, mobilità e possibilità di cumulare incarichi fino a 38 ore settimanali.
La sezione territoriale riguarderebbe l’attività nei poliambulatori, nelle Case e negli Ospedali di Comunità, nell’assistenza domiciliare, nella gestione delle cronicità, nella telemedicina e nel contrasto alle liste d’attesa.
La sezione ospedaliera regolerebbe invece le attività nei reparti, nelle sale operatorie, nei pronto soccorso e nei servizi diagnostici, prevedendo turni sulle 24 ore, guardie e reperibilità con maggiorazioni economiche, responsabilità e coperture assicurative specifiche. Per l’attività ospedaliera verrebbe inoltre riconosciuta un’integrazione del 10% sul compenso base.
Secondo Magi, il modello avrebbe il vantaggio di superare una situazione già esistente ma priva di una disciplina nazionale uniforme. Da anni, infatti, numerose aziende sanitarie utilizzano specialisti convenzionati anche negli ospedali, in alcuni casi con una presenza che, secondo il Sumai, arriva fino al 40% dell’organico.
Una realtà che oggi si basa prevalentemente su accordi aziendali e regionali, con regole disomogenee su orari, responsabilità, assicurazioni e reperibilità.
Il nuovo ACN punta quindi a dare una cornice nazionale a questa modalità di lavoro e a favorire anche la mobilità funzionale degli specialisti tra ospedale e territorio.
La richiesta al Governo: una norma nella Manovra 2027
Per trasformare la proposta in realtà, il Sumai chiede al Governo e al Parlamento di inserire nella legge di Bilancio 2027 una norma abilitante, a invarianza finanziaria, che consenta alle Regioni e alle aziende sanitarie di adottare volontariamente il doppio canale.
Il sindacato chiede inoltre che le economie generate rimangano nella disponibilità dei Servizi sanitari regionali e possano essere reinvestite nell’assistenza.
Nella relazione si sottolinea che un miliardo di euro l’anno, a costo pieno, potrebbe finanziare circa 20 mila infermieri. In alternativa, quelle risorse potrebbero contribuire a rafforzare le retribuzioni e l’attrattività del lavoro medico.
Il Sumai sollecita anche la Ragioneria generale dello Stato a fornire gli elementi necessari per una quantificazione ufficiale dei risparmi, chiarendo il trattamento della spesa ai fini dei vincoli sul personale e dell’IRAP, e propone un monitoraggio specifico di ore, costi ed economie prodotte.
Case della Comunità, solo il 4% pienamente operativo
La proposta del doppio canale si inserisce in una riflessione più ampia sul futuro della sanità territoriale, al centro della relazione congressuale intitolata “La Casa della Comunità non si inaugura… si organizza”.
Magi ha ricordato che il PNRR ha messo a disposizione circa 2 miliardi di euro per realizzare le Case della Comunità, senza però assicurare automaticamente le risorse correnti necessarie a garantire il personale e la gestione ordinaria delle strutture.
I dati dell’ultimo monitoraggio AGENAS richiamati dal Sumai, relativi al secondo semestre 2025, fotografano un’attuazione ancora lontana dagli obiettivi: delle 1.715 Case della Comunità programmate, 781 risultavano dotate di almeno un servizio, 219 disponevano di tutti i servizi obbligatori ma non della prevista copertura professionale, mentre appena 66, meno del 4%, risultavano pienamente operative.
Per Magi il rischio è che le nuove strutture si trasformino in semplici poliambulatori, senza quella presa in carico multidisciplinare necessaria soprattutto per gli oltre 12 milioni di cittadini con patologie croniche.
A pesare è anche la differenza nei compensi: secondo la relazione, nelle Case della Comunità gli specialisti ambulatoriali interni ricevono 31,35 euro lordi l’ora, i medici di medicina generale 40 euro, con punte fino a 60 in alcune Regioni, e gli specialisti ospedalieri impiegati in prestazioni aggiuntive 100 euro l’ora.
Un sistema che, sostiene il sindacato, rischia di creare inefficienze e disuguaglianze proprio nel momento in cui si dovrebbe costruire un modello assistenziale integrato.
Quasi 143 mila ore di specialistica subito disponibili
Accanto alla riforma contrattuale, il Sumai propone di utilizzare meglio le risorse professionali già presenti.
Secondo i dati SISAC elaborati nella relazione, i 13.984 specialisti ambulatoriali interni lavorano mediamente 27,8 ore settimanali, a fronte di un massimale contrattuale di 38 ore.
La differenza corrisponde a 142.987 ore settimanali potenzialmente attivabili, equivalenti a 3.763 specialisti a tempo pieno.
Un patrimonio che, secondo il sindacato, potrebbe essere messo rapidamente a disposizione del sistema semplicemente ampliando gli incarichi, senza attendere l’espletamento di nuovi concorsi.
Il Sumai chiede inoltre il rinnovo contestuale degli ACN 2025-2027 per medicina generale, pediatria e specialistica ambulatoriale, con risorse dedicate anche agli specialisti, l’apertura di incarichi ai giovani medici e agli specializzandi dell’ultimo anno, la possibilità di trattenere volontariamente professionisti in pensione e un maggiore utilizzo della telemedicina.
Magi: “La differenza non la faranno i muri, ma le scelte sui professionisti”
Il messaggio finale del congresso è dunque duplice: da una parte la necessità di dare contenuti reali alla riforma territoriale, dall’altra la proposta di intervenire sull’organizzazione del lavoro per rendere più efficiente l’utilizzo delle risorse pubbliche.
In questa prospettiva il doppio canale viene presentato non come uno strumento per sostituire il lavoro dipendente, ma come una modalità aggiuntiva per coprire i fabbisogni e finanziare, attraverso i risparmi, il rafforzamento del sistema.
“Le Case della Comunità rappresentano il bivio decisivo della sanità italiana: possono trasformarsi nella più grande rete di prossimità d’Europa o nella più grande opera incompiuta del PNRR”, ha concluso Magi.
“La differenza non la faranno le mura degli edifici, ma le scelte concrete che la politica compirà sulle persone, sui contratti e sulle risorse nei prossimi ventiquattro mesi”.