La telemedicina è quell’insieme di pratiche mediche svolte a distanza tramite tecnologie digitali: videoconsulti, referti da remoto, monitoraggio continuo di pazienti cronici. Non sostituisce l’atto medico tradizionale, ma in genere lo integra, ampliando le possibilità di diagnosi e follow-up in contesti dove l’accesso è limitato.
Le prime esperienze risalgono agli anni Settanta, in ambito militare e aerospaziale, ma è con la pandemia da COVID-19 che la telemedicina entra stabilmente nel lessico clinico quotidiano. In Italia, il vero salto di qualità arriva infatti con il noto Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), che destina circa 1 miliardo di euro alla sanità digitale, di cui una parte significativa alla telemedicina.
Perché questo investimento? Perché consente di deospedalizzare l’assistenza, potenziare la medicina territoriale, e ridurre le diseguaglianze di accesso. È pensata soprattutto per pazienti cronici, anziani e soggetti fragili, per evitare ricoveri evitabili e migliorare il monitoraggio.
Ma l’adozione massiva pone sfide: sicurezza dei dati, formazione dei medici, nuovi modelli di responsabilità. Per molti professionisti, la telemedicina è una rivoluzione ancora in cerca di regole chiare. Ma una cosa è certa: essa è destinata a restare. Pertanto conviene essere ben informati e consapevoli non solo sulle opportunità, ma anche sui rischi che la telemedicina comporta.
Un caso emblematico
Riportano le cronache che ad inizio 2020 un cicloamatore di 62 anni, con una storia clinica di problemi cardiaci e dilatazione dell’arco aortico, accusa un malore durante un’uscita fuori sede in bicicletta. Trasportato il malato con urgenza in una struttura sanitaria della zona, viene richiesto dal personale di quest’ultima un teleconsulto al cardiologo della struttura ove costui è notoriamente in cura, inviando da remoto al medico un tracciato ECG. Il cardiologo, basandosi sulle informazioni ricevute, esclude un evento ischemico acuto e suggerisce un monitoraggio seriale, senza raccomandare il trasferimento in sala emodinamica. Successivamente però il paziente decede a causa di un tamponamento cardiaco dovuto a una dissezione aortica. Le due strutture sanitarie si accusano reciprocamente: la prima imputa alla seconda un teleconsulto errato, mentre la seconda sostiene di aver dato il miglior supporto possibile con le informazioni limitate disponibili, accusando la prima di non aver fornito un quadro clinico completo e di non aver effettuato esami diagnostici adeguati, come una radiografia del torace o un’ecografia cardiaca. Chi è quindi responsabile del decesso? Cosa può rischiare il chirurgo che ha effettuato la telediagnosi? E cosa l’equipe medica, la quale non avrebbe effettuato un’analisi differenziale completa del dolore toracico?
Telemedicina: alcune serie criticità
È chiaro che la pratica della telemedicina, pur offrendo notevoli vantaggi in termini di accesso e rapidità di intervento, espone il medico a una serie di rischi professionali specifici.
In primo luogo, l’impossibilità di effettuare un esame obiettivo diretto può compromettere la qualità della diagnosi, aumentando il rischio di errori clinici. A ciò si aggiunge un ulteriore rischio derivato: in caso di danno al paziente, è infatti spesso difficile stabilire se la responsabilità sia attribuibile al limite intrinseco dello strumento o a una negligenza del professionista.
Un altro aspetto critico riguarda il consenso informato: nella telemedicina, è fondamentale che il paziente comprenda e accetti consapevolmente i limiti della prestazione a distanza. La mancata acquisizione di questo consenso può aprire la strada a contenziosi.
Vi è poi il problema della tracciabilità e della sicurezza dei dati: l’utilizzo di piattaforme non certificate o mal gestite espone il medico a contestazioni, anche sul piano della protezione della privacy. Inoltre, i consulti basati su informazioni cliniche frammentarie o trasmesse in modo scorretto possono portare a decisioni errate.
Telemedicina e polizze assicurative
Non tutte le coperture assicurative di responsabilità civile professionale sanitaria sul mercato prevedono esplicitamente la telemedicina. Questo può essere un serio problema per chi la pratica, soprattutto se l’attività svolta è di tipo libero-professionale. Ricordiamo infatti che il professionista della salute che opera, a qualsiasi titolo, all’interno di una struttura socio-sanitaria è comunque risparmiato da eventuali richieste di risarcimento, non essendo presente – tra questi e il paziente – un vero rapporto di tipo contrattuale. Al limite, la struttura in cui esso opera si può eventualmente rivalere su di lui ma solo esclusivamente nei casi di colpa grave (Art.9 della Legge Gelli-Bianco).
Tra le proposte di copertura più interessanti vale quindi la pena di segnalare la polizza di responsabilità civile sanitaria di AmTrust, Medico Protetto, distribuita da SanitAssicura. Nelle Condizioni Generali di Contratti è infatti esplicitamente riportato che “[l]’attività libero professionale oggetto della copertura assicurativa si intende garantita anche laddove esercitata attraverso la telemedicina, così come disciplinata dalle vigenti leggi e regolamenti […].”
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