Anche in sanità le donne hanno bisogno di mentori

Anche in sanità le donne hanno bisogno di mentori

Anche in sanità le donne hanno bisogno di mentori

Gentile direttore,
sul suo giornale, gli interventi delle donne impegnate nella sanità spesso richiamano la necessità di avere modelli femminili di riferimento. “La mancanza di mentori donne ha reso più difficile la nostra crescita professionale”, scrivono ad esempio Antonella Vezzani e Caterina Ermio, rispettivamente segretaria e presidente Aidm, mentre nel recente “Speciale” dedicato all’8 marzo e in particolare nell'articolo di Sandra Morano, viene riportata la testimonianza di una specializzanda in Ginecologia indica chiaramente come “il problema risiede nella mancanza di modelli femminili di riferimento”.
 
Vorrei dunque proporre un percorso che favorisca una crescita professionale e permetta di visualizzare modelli femminili nel mondo della sanità: è un lavoro che, in altri anni e in altri contesti, ho già sperimentato.
In particolare, vi è un libro, non in commercio né diffuso né divulgato, vittima minore del devastante terremoto che, il 6 aprile 2009, ha cambiato la storia e la vita di persone e luoghi intorno alla città di L’Aquila. Era titolato Quaderno di mentoring, edito alla fine del 2008 dalla Commissione Pari
 
Opportunità della Regione Abruzzo. Conteneva le testimonianze sul tema del lavoro di oltre cento donne legate alla regione ed era stato voluto per creare una metaforica rete di mentoring, un sistema di confronto e sostegno, un filo capace di unire i saperi delle donne.
 
Ne ripropongo qualche mia riga.
“Il mentore è qualcuno che aiuta qualcun altro ad imparare qualcosa, che altrimenti solo avrebbe appreso meno bene, più lentamente o solo in parte. Dalle riflessioni e dalle domande che nascono, nell’interazione, si crea apprendimento e arricchimento reciproco. Nella rete che può derivarne, fatta da tante tessere, quasi un caleidoscopio, si trova una circolarità di relazione, che non annulla le individualità ma trae forza, non dalla somma delle persone, ma dall’insieme dei rapporti che legano. La figura di riferimento oltre che presenza esterna e reale potrà diventerà simbolica e immaginaria. Vi sarà anche la possibilità di costruire una piattaforma per nuovi modelli di leadership al femminile. Diceva Silvia Vegetti Finzi circa l’apprendere: le donne hanno un modo orizzontale e fluido di relazionarsi. Prendono da più parti (e nello stesso tempo, a volte, danno su altri piani), hanno un modo di formarsi meno strutturato degli uomini. Un modo di dire femminista è che le donne sono ‘acqua nell’acqua’ perché le loro relazioni sono fluide, e reciproche… vi è una mobilità orizzontale delle donne dove convivono l’avvicinarsi e l’allontanarsi, l’affettività e l’aggressività, la gratitudine e l’invidia. L’uomo è più schematico e si muove, nel rapporto con gli altri, secondo un asse verticale che evidenzia e organizza la competizione”.
 
Nel libro si testimoniava del proprio lavoro, superando i possibili condizionamenti dell’essere donna, in termini di ricchezza acquisita. La domanda chiave con la quale confrontarsi era:
Quali condizionamenti sono stati trasformati in opportunità? E ci chiedeva ancora: come puoi raccontare di altre donne che, nell’esperienza lavorativa, ti sono state di riferimento?
 
Ripropongo, alle lettrici e ai lettori di Quotidiano Sanità, il mio articolo contenuto nel volume, intitolato Spunti per una buona intervista. Potrebbe essere canovaccio di consapevolezza, per dire di noi e del nostro lavoro, un modo per far emergere nella sanità mentori e modelli di riferimento femminili.
Potrebbe diventare un primo nucleo per una banca dati di competenze trasversali in sanità.
 
Annarita Frullini

20 Marzo 2014

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