Come affrontare la “pandemia emozionale”

Come affrontare la “pandemia emozionale”

Come affrontare la “pandemia emozionale”

Gentile Direttore,
la salute mentale è uno stile di vita, è un modo di comportarsi, di essere, di interfacciarsi e di relazionarsi con l’altro. Mentre è convinzione comune che ci si debba occupare e preoccupare della salute mentale solo in presenza di una patologia.
 
La ‘sofferenza’ mentale è esplosa – quindi è stata vista anche dai più distratti – durante il periodo del Covid-19, e le sue manifestazioni continuano ad essere presenti nel post pandemia che, con la sua ripresa, porta tutti a confrontarsi con un ‘tempo sospeso’ e con la paura di ricominciare, anch’essa manifestazione celata di uno stress latente e esistente. In sostanza è in atto un cambiamento del nostro modo di vivere e di relazionarci con gli altri, di pensare il futuro.
 
Con queste premesse la politica deve prendere finalmente decisioni operative reali, mettendo i dipartimenti di salute mentale e le strutture ad essi correlate nelle condizioni di poter operare in questa fase. Non serve molto: risorse, sotto forma di personale formato (medico, infermieristico e assistenziale) e un adeguamento tecnologico per la telemedicina. Interventi strutturali ove richiesti e necessari, strumenti per poter proteggere e garantire dignità ai pazienti. L’unico vero modo per superare definitivamente l’uso della contenzione fisica, come auspicato ieri dal Ministro della Salute, Roberto Speranza.
 
C’è incertezza perché ancora non sappiamo come andrà a finire. Il Covid ha lasciato ferite e aumentato enormemente la domanda di salute mentale, depressione in primo piano. Il suo aumento necessità sempre più di una azione coordinata tra le istituzioni di riconoscimento precoce e di interventi appropriati. La pandemia ‘emozionale’, di cui si vedono solo alcune manifestazioni, scorre come un fiume carsico sotto di noi, e ne vedremo gli effetti solo con il tempo.
 
Certo ha fatto emergere un bisogno di innovazione, esteso a più ambiti. Innovazione farmacologica, soprattutto, che deve essere messa a disposizione del Servizio Sanitario Nazionale, nella ricerca scientifica, nella tecnologia, nell’utilizzo della comunicazione a distanza grazie alla rete web. Per favorire il passaggio all’innovazione occorre da un lato promuovere la digitalizzazione e dall’altro contribuire all’aumento dell’aspetto tecnologico e, dunque, alla riduzione delle diseguaglianze legate all’accesso della tecnologia. È necessario avviare processi di alfabetizzazione digitale che consentano di entrare in ‘connessione’, capire e contrastare i problemi di tracciamento della solitudine, dell’isolamento sociale, precursori delle ineguaglianze e delle disparità sociali.
 
La gestione dell’aggressività è solo un esempio di questo disagio, rappresentato dal bisogno di giovani e giovanissimi di radunarsi alla ricerca del contatto fisico, anche portato all’estremo, per massacrarsi di botte come fosse una gara auto o etero diretta. Un atto forte, espressione sia di un desiderio di esibizionismo ma anche di un bisogno fisico di manifestare e buttare fuori rabbia e aggressività.
 
L’impegno della nostra Società scientifica è da sempre orientato a portare ricerca e innovazione personalizzata negli ambiti consueti (che si sono maggiormente espressi in questo periodo di pandemia): depressione, ansia post-traumatica, disturbi del sonno, esordio di piscosi. Il valore aggiunto è oggi quello di potere offrire per ciascuna di queste problematiche, una specificità di trattamenti di psicofarmacologia, sempre più profilati sulle persone in base all’età e al genere”.

Claudio Mencacci
Co-presidente della SINPF e professore emerito di psichiatria all’Università di Milano
 
Matteo Balestrieri
Co-presidente SINPF professore ordinario di psichiatria e direttore della Clinica Psichiatrica dell’Azienda Sanitaria Universitaria Friuli Centrale di Udine
 

26 Giugno 2021

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