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Valorizzare la professione infermieristica, non perdiamo l’occasione: se non ora quando?

di Walter De Caro

28 OTT - Gentile Direttore,
ho letto con interesse la bozza del documento Modelli e standard per lo sviluppo dell’Assistenza Territoriale nel Servizio Sanitario Nazionalepubblicato meritoriamente da Quotidiano Sanità. Tale documento presenta molteplici ed interessanti prospettive, pur risultando evidenti alcuni aspetti tali da poter ingenerare punti di caduta per i cittadini ed una visione della professione infermieristica, decisamente emergente in particolare per la mole di attività collaborative di integrazione multidisciplinare attribuite.
 
Per converso, non appare ben esplicitata la componente realmente autonoma dell’esercizio professionale infermieristico e lo sblocco del pieno potenziale della stessa.
 
Mi riferisco in particolare alle funzioni degli infermieri di famiglia e comunità. Il rischio è che questo nuovo innesto, sicuramente benefico per i cittadini e per la professione, non porti tuttavia quel cambio di passo da tanto atteso, rispetto al centralismo medico e dei medici di medicina generale.
 
Ci si metta davvero coraggio. Da queste nuove strutture fisiche e modelli di organizzazione, non può essere slegata una innovativa fase di reale cambiamento: i limiti dell’agire professionale della professione infermieristica vanno sviluppati verso le competenze avanzate e verso la prescrizione. Se non in questo momento, quando?
 
Si vuole davvero realizzare gli obiettivi di avere un reale sviluppo della “primary care”? si vuole veramente la prossimità?  si vuole far crescere le attività di prevenzione e di promozione? La ricetta in tutto il mondo, con tanti esempi e positive inequivoche esperienze è solo una: aumentare il numero degli infermieri ed in particolare aumentare il numero degli infermieri con competenze avanzate, con prescrizione.
 
Ad esempio, tra gli obiettivi della Case di comunità c’è quello di limitare l’utilizzo dei dipartimenti di emergenza per le urgenze minori. Ecco, bisogno decidersi ed uscire dal guado: allargare il perimetro di agire autonomo della professione infermieristica è la soluzione, arrivando rapidamente con idonei percorsi formativi selettivi all’assistenza infermieristica di pratica avanzata, di cui ai recenti documenti del Consiglio Internazionale degli infermieri, tradotti in italiano dalla CNAI - Consociazione Nazionale delle Associazioni Infermiere/i.
 
La bozza presenta, come detto, diversi spunti che meritano ulteriore analisi. Tra i tanti la parte dedicata all’organizzazione degli ospedali di comunità. Nel PNNR si parla chiaramente di Ospedali di Comunità a “gestione prevalentemente infermieristica”.
 
L’AGENAS, tuttavia, sembra declinare il delicato punto diversamente. Si palesa ancora una volta una -  non semplice -  triade direzionale: la responsabilità igienico sanitaria dell'OdC è indicata essere posta in capo ad un “medico”, altri medici sono responsabili dei casi clinici  e un “coordinatore infermieristico” ha la responsabilità organizzativo/assistenziale.
 
Chi scrive ritiene che questo modello non vada nella direzione giusta: forse è il caso di mettere maggiormente e definitivamente a fuoco che gli ospedali di comunità sono a “gestione infermieristica” e che debba essere previsto per tale funzione personale infermieristico un incarico di alta organizzazione o di dirigenza.  Altrimenti sembrerebbero già palesarsi all’orizzonte contenziosi e/o instabili relazioni differenziate a secondo delle realtà operative con il personale medico, come noto sempre in posizione “dirigenziale”,
 
Si mettano davvero i cittadini al centro e gli infermieri diventino davvero la professione chiave, la professione che per prima incontra il cittadino e che riesce a supportarla nel suo percorso di cura nei diversi contesti.
 
Faccio un ulteriore esempio concreto: di recente in una interlocuzione pubblica un noto Assessore alla Sanità e Medico igienista ha raccontato di un episodio di salute avvenuto in un paese nel Nord Europa di cui è stato protagonista e di cui si è dichiarato estremamente soddisfatto.  Ha fatto presente di essere stato accolto, gestito e ottimamente curato (con prescrizione autonoma, somministrazione di antidolorifici ed effettuazione di esami strumentali) da una infermiera, con il medico intervenuto in una seconda fase per un consulto finale prima della dimissione. 
 
Ecco questo sembra mancare nell’attuale disegno complessivo che si sta dando al futuro delle professioni: una nuova visione delle competenze e delle responsabilità delle diverse professioni. Bene quindi il documento di AGENAS, ma c’è davvero bisogno di un framework strutturato su più fronti: va allontanato il rischio di mantenere lo status-quo: un  ulteriore rallentamento strutturale della valorizzazione infermieristica – sia nelle competenze cliniche che organizzative - dovuto al timore di non voler mutare gli attuali equilibri di potere, va immediatamente allontanato, così come il pericolo di continuare ad avere organici infermieristici ridotti all’osso.
 
In Italia, notoriamente le Università sono “dominate” numericamente e nelle posizioni decisionali da medici: tuttavia, ora più che mai, è necessario investire considerevolmente nella formazione universitaria degli infermieri e nella formazione specialistica ed avanzata dei diversi professionisti.  I dati sono chiarissimi: i medici sono tuttora in numero superiore alla media OCSE e gli infermieri sono in fondo alle classifiche. Allo stesso tempo c’è sicuramente bisogno anche di un riequilibro delle specializzazioni mediche e di una nuova chiarezza sul percorso formativo dei MMG. Nel merito anche qui vanno introdotti meccanismi di maggiore coerenza nei rapporti legati alla formazione tra Regioni/Aziende sanitarie ed Università, e sui dati del personale realmente impiegabile, rispetto a quello che continua a mantenere l’iscrizione agli ordini.
 
Si chiede a tutti i decisori di avere il coraggio di impegnarsi  per un  servizio sanitario sostenibile e migliore per tutti i cittadini, che limiti davvero le sacche di privilegio, di burocrazia, e l’influenza di gruppi che limitano ogni tendenza evolutiva, stabilendo innovative strategie di pianificazione appropriate, con il contributo del libero associazionismo culturale, scientifico e della società civile, che consentano di migliorare l’impianto di questo nuovo inizio per la salute e per il Servizio Sanitario in Italia, in una prospettiva europea ed internazionale.

Walter De Caro
Presidente Nazionale CNAI
Executive Board EFNNMA

28 ottobre 2021
© Riproduzione riservata

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