Deroga fino al 2029: quando l’emergenza diventa architettura del sistema

Deroga fino al 2029: quando l’emergenza diventa architettura del sistema

Deroga fino al 2029: quando l’emergenza diventa architettura del sistema

Gentile Direttore,
la proroga fino al 2029 dell’esercizio professionale in deroga per i sanitari con titoli esteri non riconosciuti ha colto di sorpresa gran parte del mondo della salute – professionisti, Ordini, società scientifiche – mentre è forse meno sorprendente per una parte del mondo imprenditoriale. Medici e infermieri hanno chiesto apertamente di rivedere la decisione, ricordando che la qualità dell’assistenza non si garantisce con proroghe, ma con percorsi chiari, verifiche rigorose e responsabilità definite.

Il nodo centrale, tuttavia, va oltre il dissenso professionale. L’estensione della deroga per un orizzonte temporale così lungo non è un semplice intervento emergenziale, ma il segnale di una scelta sistemica: governare la crescente complessità del Servizio sanitario nazionale inseguendo la tenuta dei turni nel breve periodo, più che costruendo nel tempo un sistema stabile, integrato e governabile sul piano della sicurezza delle cure.

Qui emerge una contraddizione difficilmente eludibile. La deroga nasce nel 2020, in piena emergenza pandemica, come misura temporanea e straordinaria. Estenderla fino al 2029 significa applicare una norma emergenziale per quasi un decennio, svuotando il concetto stesso di emergenza e trasformandola in architettura ordinaria del sistema. Non è una risposta transitoria, ma una scelta strutturale.

Questa scelta interviene inoltre in una fase particolarmente fragile. Il sistema sanitario è impegnato in un complesso cambio di paradigma ospedale–territorio, nella riorganizzazione prevista dal PNRR e nella ridefinizione delle professioni, con l’introduzione imminente di nuove figure come l’assistente infermiere, su cui lo stesso dibattito professionale ha sollevato interrogativi rilevanti in termini di responsabilità e sicurezza delle cure. Inserire una deroga strutturale proprio mentre l’assetto delle competenze è in trasformazione aumenta l’instabilità, anziché governarla.

I numerosi episodi emersi negli ultimi anni sul territorio nazionale vanno letti in questa chiave. Non come deviazioni isolate, ma come segnali di stress sistemico. Il caso dell’Ospedale Civico di Settimo Torinese, con gravi violazioni assistenziali in un reparto di lungodegenza e personale operante senza pieno controllo ordinistico, rappresenta l’esempio più estremo di cosa accade quando la deroga si combina con esternalizzazioni e assenza di governance. Il San Raffaele di Milano ha mostrato, in un contesto di eccellenza, come criticità organizzative ed errori assistenziali possano emergere quando la complessità viene gestita attraverso soluzioni emergenziali permanenti e personale non adeguatamente integrato.

A rafforzare il quadro è intervenuta la sentenza del TAR Lombardia, che ha ribadito un principio essenziale: la tutela della salute, sancita dall’articolo 32 della Costituzione, non può essere subordinata all’emergenza di organico. Anche in presenza di carenze, non è legittimo aggirare i controlli sostanziali sulle competenze.

Accanto a questi casi eclatanti, esistono numerose situazioni meno visibili ma ricorrenti: segnalazioni sindacali e ordinistiche in diverse Regioni su difficoltà linguistiche, supervisione insufficiente, responsabilità poco chiare e impossibilità di esercitare un controllo disciplinare ordinistico su personale in deroga. In alcune Regioni, il ricorso a professionisti con titoli non ancora riconosciuti per garantire la continuità dei servizi ripropone schemi già noti: valutazioni iniziali semplificate e una gestione del rischio clinico demandata alle aziende sanitarie. In altri contesti, soprattutto nelle lungodegenze e nei servizi territoriali, il rischio viene intercettato solo a valle, quando ha già prodotto criticità.

A questo si aggiunge un ulteriore elemento critico: l’incapacità strutturale del Ministero della Salute di processare nei tempi previsti le richieste di riconoscimento professionale. La deroga è diventata una valvola di sfogo di un’inefficienza amministrativa strutturale. Ma prorogarla fino al 2029 non risolve il problema: lo cristallizza. Più la deroga viene estesa, più il carico sul sistema di riconoscimento aumenta, più i tempi si allungano, alimentando un circolo vizioso.

Anche ipotizzando futuri sistemi di verifica e controllo, il nodo resta politico. Prolungare la deroga significa accettare che, per un lungo periodo, coesistano percorsi professionali profondamente disomogenei, con garanzie e responsabilità differenti. È il rischio concreto di un sistema sanitario a doppia velocità, proprio mentre si chiede al sistema di essere più integrato, più territoriale e più sicuro.

A questo punto, serve un’assunzione esplicita di responsabilità politica: riconoscere l’errore di persistere in una scelta emergenziale e accelerare sugli strumenti di governo per la verifica e il riconoscimento professionale dei colleghi oggi in deroga.

Governare la complessità non significa adattarsi indefinitamente all’emergenza, ma saperne uscire. Estendere fino al 2029 una norma nata nel 2020 equivale ad accettare che l’emergenza diventi la nuova normalità del sistema sanitario. Ed è questa, più di ogni singolo caso di cronaca, la vera pericolosità della scelta.

Francesco Barbero
Infermiere

07 Gennaio 2026

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