Diagnosi o valutazione? La chiarezza prima delle rivendicazioni

Diagnosi o valutazione? La chiarezza prima delle rivendicazioni

Diagnosi o valutazione? La chiarezza prima delle rivendicazioni

Gentile Direttore, reduce dalla recente lettura dell’ultimo libro di Gianrico Carofiglio “con parole precise” ho letto con la stessa predisposizione mentale ed attenzione la lettera del Presidente dell’Ordine dei Fisioterapisti Toscana Centro, dott. Fabio Bracciantini, e ritengo utile precisare alcuni punti...

Gentile Direttore,
reduce dalla recente lettura dell’ultimo libro di Gianrico Carofiglio “con parole precise” ho letto con la stessa predisposizione mentale ed attenzione la lettera del Presidente dell’Ordine dei Fisioterapisti Toscana Centro, dott. Fabio Bracciantini, e ritengo utile precisare alcuni punti, nel rispetto dovuto alle professioni sanitarie e nell’interesse primario dei cittadini.

Condivido pienamente un principio: la sanità moderna ha bisogno di collaborazione, integrazione e riconoscimento delle competenze di tutti i professionisti. Proprio per questo, tuttavia, ritengo che la collaborazione autentica debba poggiare su basi chiare, linguaggi appropriati e confini comprensibili, soprattutto per chi si affida alle cure: il paziente.

Il punto, infatti, non è negare l’autonomia professionale di infermieri, fisioterapisti o di altre professioni sanitarie. Nessuno mette in discussione il valore delle loro competenze, né il ruolo essenziale che esse svolgono nel Servizio sanitario. Il punto è un altro, ed è molto semplice: se esistono termini tecnicamente corretti, normativamente coerenti e privi di ambiguità, non si comprende perché si voglia continuare a utilizzare la parola “diagnosi” in contesti in cui tale termine rischia inevitabilmente di generare confusione nel cittadino.
Qui sta la vera criticità.

Nei rispettivi profili professionali ministeriali, il lessico utilizzato è chiaro. Per l’infermiere si parla di identificazione dei bisogni di assistenza infermieristica, di pianificazione, gestione e valutazione dell’intervento assistenziale. Per il fisioterapista si fa riferimento, invece, a interventi svolti in riferimento alla diagnosi e alle prescrizioni del medico, con autonoma competenza nella valutazione funzionale e nella definizione del programma riabilitativo conseguente.

È dunque evidente che il sistema normativo distingue accuratamente tra la diagnosi medica, da un lato, e gli atti valutativi, assistenziali e riabilitativi propri delle altre professioni, dall’altro.

Per questa ragione, sostenere che la questione sarebbe “non terminologica” non convince.
Al contrario, la terminologia è sostanza, perché in sanità le parole definiscono competenze, responsabilità, limiti e aspettative. E quando si usa un termine che, nel linguaggio comune, richiama immediatamente l’atto medico della diagnosi, non si può poi liquidare come irrilevante il rischio di equivoco.

Il cittadino non è tenuto a conoscere le distinzioni accademiche o le tassonomie interne delle singole professioni. Se legge o ascolta l’espressione “diagnosi infermieristica” o “diagnosi fisioterapica”, è del tutto naturale che possa attribuire a quel termine un significato sovrapponibile, o almeno contiguo, alla diagnosi clinica medica.
Ed è esattamente questo che dovrebbe essere evitato.

Se davvero, come si afferma, nessuno intende invadere il campo della diagnosi clinica medica, allora la domanda è inevitabile: perché ostinarsi a utilizzare la parola “diagnosi”, invece di adottare termini come “valutazione”, “inquadramento funzionale”, “accertamento assistenziale” o “identificazione dei bisogni”?
Sono espressioni corrette, dignitose, professionalmente qualificanti e soprattutto rispettose della chiarezza dovuta ai cittadini.

Non si tratta quindi di mortificare alcuna professione, né di alimentare contrapposizioni.
Al contrario, proprio chi chiede integrazione e collaborazione dovrebbe essere il primo a evitare ogni lessico suscettibile di creare sovrapposizioni simboliche o conflitti di attribuzione. La collaborazione tra professionisti cresce quando ciascuno valorizza la propria competenza specifica senza ricorrere a termini che, per tradizione giuridica, clinica e sociale, appartengono ad altro ambito.

Non appare inoltre convincente l’argomento secondo cui le norme di riferimento sarebbero “datate” e dunque bisognose di superamento. Finché restano vigenti, esse costituiscono il quadro ordinamentale entro cui tutti siamo chiamati a operare. L’evoluzione delle professioni sanitarie è un fatto reale e merita attenzione, ma non può tradursi in reinterpretazioni linguistiche tali da generare incertezza sulle competenze. Gli eventuali aggiornamenti normativi spettano al legislatore, non all’uso estensivo o disinvolto dei termini.

In definitiva, il tema non è difendere corporazioni, ma tutelare la chiarezza, la trasparenza e la corretta informazione nei confronti della persona assistita.
Un sistema sanitario moderno e realmente interdisciplinare non ha bisogno di ambiguità semantiche, ma di rispetto reciproco, precisione dei ruoli e linguaggi limpidi.

Per questo continuo a ritenere che l’impiego pubblico delle espressioni “diagnosi infermieristica” e “diagnosi fisioterapica”, pur se rivendicato in senso tecnico dai rispettivi ambiti disciplinari, sia inopportuno sul piano istituzionale e comunicativo, perché potenzialmente fuorviante per i cittadini e non necessario ai fini del riconoscimento dell’autonomia professionale.

Sarebbe auspicabile, nell’interesse di tutti, abbandonare atteggiamenti inutilmente contrappositivi e adottare finalmente una terminologia chiara, rispettosa e non equivocabile.
La collaborazione tra professionisti si costruisce meglio quando nessuno rincorre parole che non servono, e tutti si concentrano invece sulla qualità, sulla sicurezza e sulla comprensibilità delle cure.

Cordialmente,

Alberto Puddu
Medico specialista in MFR
Associazione Nazionale Fisiatri (ANF)

Alberto Puddu

27 Febbraio 2026

© Riproduzione riservata

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