Educazione affettiva e sessuale: il Ddl tradisce la funzione emancipativa della scuola e dell’educazione sanitaria

Educazione affettiva e sessuale: il Ddl tradisce la funzione emancipativa della scuola e dell’educazione sanitaria

Educazione affettiva e sessuale: il Ddl tradisce la funzione emancipativa della scuola e dell’educazione sanitaria

Gentile Direttore,

il disegno di legge presentato dal Ministro Giuseppe Valditara sul “consenso informato preventivo” si compone di tre articoli, il primo dei quali prevede che le istituzioni scolastiche siano tenute a richiedere il consenso scritto dei genitori o degli studenti maggiorenni «per la partecipazione a eventuali attività che riguardino temi attinenti all’ambito della sessualità» (Art. 1, c. 1).

Il consenso deve essere dato con almeno sette giorni di anticipo ed essere preceduto da una descrizione dettagliata dell’attività proposta: finalità educative, contenuti, modalità di svolgimento e, se presenti, informazioni sugli eventuali esperti esterni o rappresentanti di enti coinvolti (Art. 1, c. 2). Nel caso di mancata adesione da parte della famiglia, gli studenti saranno tenuti ad astenersi dalla frequenza dell’attività, che verrà sostituita da percorsi alternativi predisposti dalla scuola (Art. 1, c. 3). Infine il comma 4 dello stesso articolo esclude in modo categorico qualsiasi attività didattica o progettuale legata alla sessualità nella scuola dell’infanzia e nella primaria. L’articolo 2 delinea poi i criteri per il coinvolgimento di soggetti esterni, come esperti, enti o associazioni, nelle attività scolastiche, imponendo che essi vengano deliberati dal collegio dei docenti e approvati dal consiglio di istituto, richiedendo quindi un particolare onere burocratico e amministrativo che di fatto scoraggia l’attivazione di tali percorsi.

L’idea alla base del testo presentato è che sui temi “attinenti all’ambito della sessualità” la scelta di cosa dire ai propri figli, di come educarli, di quali principi trasmettergli, debba essere totalmente dipendente dalle famiglie. In questo modo si compie però un passo grave e pericoloso nella direzione opposta all’educazione sanitaria e alla promozione della salute pubblica. Le questioni che riguardano la sessualità e l’affettività non sono questioni meramente private o in cui non esiste scientificità, questioni puramente ideologiche o, si potrebbe dire, di preferenze personali o di gusto: quasi che medicina, psicologia e altre discipline scientifiche non abbiano nulla da dire. Tutt’altro! È noto che esse hanno molto da dire. L’educazione sanitaria, infatti, riguarda la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, favorisce una genitorialità più consapevole ed è rilevante per le questioni sull’identità di genere e di orientamento sessuale: tutte questioni su cui i dati scientifici hanno detto molto e hanno molto da dire. Invece il Ministro dietro il paravento dell’alleanza scuola-famiglia, nasconde una chiara volontà di censura preventiva, questa sì di natura ideologica.

Un uso distorto del consenso informato Il DDL usa l’espressione “consenso informato preventivo”. Nato in ambito biomedico come strumento di tutela dell’autonomia individuale, il consenso informato è stato uno dei pilastri della de-paternalizzazione della medicina. La sua funzione è quella di garantire libertà e autodeterminazione di fronte a pratiche mediche invasive o non volute. Trasportarlo nel contesto scolastico per subordinare l’educazione sessuale in senso ampio all’approvazione familiare significa snaturarlo completamente: qui non si tratta di interventi potenzialmente dannosi, ma di proposte formative fondamentali per la crescita personale e relazionale.

Nel DDL Valditara, il consenso informato diventa un dispositivo di controllo ideologico, volto a ostacolare qualsiasi percorso educativo che tratti affettività, sessualità, identità di genere e orientamento sessuale con un approccio laico, pluralista e scientifico. Il risultato è una scuola disarmata, timorosa, privata della sua funzione costituzionale di promuovere l’autonomia critica delle nuove generazioni.

La falsa neutralità che alimenta la disuguaglianza Il disegno di legge sembra muovere dalla convinzione, infondata e pericolosa, che parlare di sessualità e genere significhi indottrinare. In realtà, è l’ignoranza su questi temi che genera stigma, violenza e discriminazione. Educare alla conoscenza di sé, al rispetto dell’altro, alla gestione dei sentimenti e dei conflitti non è una “opzione morale”: è un’urgenza educativa basata sulla scienza, soprattutto in un paese in cui la violenza di genere e l’omotransfobia restano fenomeni diffusi.

Sotto il pretesto della “neutralità” si nasconde una visione conservatrice che delegittima ogni discorso non allineato a una visione eteronormativa e patriarcale. Ma la neutralità in questo ambito non è mera equidistanza dalle diverse opinioni: è garantire a ogni giovane l’accesso a strumenti critici per orientarsi nel mondo.

Una scuola intimidita, un’educazione mutilata L’obbligo del consenso scritto per ogni attività extracurricolare su temi sensibili introduce una logica del sospetto e del silenziamento. Insegna al personale scolastico che è meglio evitare, rinunciare, censurarsi. Rende la selezione degli esperti esterni più politica che pedagogica. Alimenta l’idea che parlare di affettività e sessualità sia qualcosa di rischioso, da contenere, da “autorizzare”.

Ma in questo scenario a perdere sono, soprattutto, le ragazze e i ragazzi. A loro viene negata una parte fondamentale del diritto all’educazione: quella che riguarda la costruzione della propria identità, la capacità di relazionarsi con gli altri, la possibilità di vivere in modo consapevole e rispettoso le emozioni e il corpo.

Un appello al ritiro del disegno di legge Non si può che denunciare con forza il carattere regressivo di questo provvedimento, che fa arretrare l’etica pubblica e svilisce un concetto nobile come il consenso informato. La scuola non deve essere subordinata al controllo familiare, né tanto meno piegata a logiche ideologiche. Il suo compito è offrire strumenti di comprensione e libertà. E il compito della politica è creare le condizioni perché ciascuno possa formarsi un’opinione autonoma, non imporne una precostituita.

Il DDL Valditara va ritirato. È un atto che mina la funzione educativa della scuola pubblica e impedisce qualsiasi reale politica di prevenzione e promozione della salute, proprio là dove dovrebbe nascere: tra i banchi di scuola.

Matteo Cresti,
Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione – direttivo della Consulta di Bioetica onlus, Università di Torino.

Matteo Cresti

10 Luglio 2025

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