Epatite E. Trasfusione sicure, la positività al virus non è sinonimo di trasmissione

Epatite E. Trasfusione sicure, la positività al virus non è sinonimo di trasmissione

Epatite E. Trasfusione sicure, la positività al virus non è sinonimo di trasmissione

Gentile Direttore,
l’articolo pubblicato lo scorso 25 maggio intitolato “L’Aquila. La metà dei donatori di sangue positivi per l’epatite E” necessita a nostro parere di qualche precisazione, al fine di evitare allarmi infondati nella popolazione. Affermando semplicemente che ‘la metà dei donatori è positiva’ si rischia infatti di far pensare che le unità che poi vengono usate per le trasfusioni siano a rischio.

Il fatto che vengano trovati degli anticorpi nel sangue dei donatori non implica una infezione sempre certamente trasmissibile, ma solo che ad un certo punto della propria vita il soggetto è entrato in contatto con il virus. In Italia, ha dimostrato uno studio condotto dal Centro nazionale sangue e dall’Iss su oltre diecimila campioni provenienti da donatori di sangue, quasi una persona su dieci ha gli anticorpi. Il dato ha una grande variabilità sia regionale che all’interno delle singole regioni. La prevalenza minore è stata trovata in Basilicata, con il 2,2%, un decimo di quella dell’Abruzzo, che è risultata del 22,2%.

In generale le regioni dell’Italia centrale, Abruzzo, Marche, Lazio, Toscana e Umbria, e la Sardegna hanno mostrato la prevalenza maggiore, dovuta probabilmente al consumo maggiore di carne cruda di maiale, ad esempio le salsicce di fegato che diversi studi hanno indicato come possibile veicolo. In nessuno dei campioni è stato invece trovato il virus attivo e capace di replicarsi. La presenza di anticorpi anti epatite E è il sintomo di un’infezione contratta nel passato dal quale si è completamente guariti. Quindi le persone con anticorpo anti epatite E, non avendo un’infezione virale in corso, non possono trasmettere il virus. Lo studio, di cui è tutt’ora in corso una seconda fase, ci rassicura comunque sulla sicurezza delle trasfusioni, anche in presenza di anticorpi, mentre punta il dito ancora una volta sui fattori alimentari come fonte di contagio.
 
Vale la pena di ricordare che quella da epatite E è un’infezione ‘a due facce’, che nei paesi in via di sviluppo, dove sono presenti i genotipi 1 e 2, fa decine di migliaia di morti l’anno. In quelli industrializzati, in cui i genotipi prevalenti sono 3 e 4, la malattia è nel 90% dei casi asintomatica, mentre può dare epatiti acute e croniche in pazienti immunodepressi. Per quanto riguarda l’epatite acuta da virus E il paese europeo con più casi è la Francia, che nel 2014 ne ha avuti 1825, mentre in Gran Bretagna ne sono stati censiti 800. In Italia la rete del ministero della Salute ha trovato tra il 2007 e il 2016 211 casi, in prevalenza in uomini di età media 40 anni.
 

 
Giancarlo Maria Liumbruno,
Direttore Cns
Simonetta Pupella,
Responsabile area medica Cns
Anna Rita Ciccaglione,
Istituto Superiore di Sanità
 

G. M. Liumbruno, S. Pupella e A. R. Ciccaglione

31 Maggio 2018

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