I piccoli ospedali del Lazio. Che fare?

I piccoli ospedali del Lazio. Che fare?

I piccoli ospedali del Lazio. Che fare?

Gentile direttore,
è significativo, anche se magari casuale, che nello stesso numero di questo giornale si parli sia della scarsa presenza di letti per anziani in buona parte del paese, in particolare al Sud, sia del problema dei piccoli ospedali. La prima cosa che balza agli occhi è un rapporto quasi diretto tra mancanza di strutture per la non autosufficienza e deficit sanitario, e spesso dove manca questa tipologia di letti c'è un eccesso di letti per acuti e la sopravvivenza di strutture ospedaliere di dimensioni ridotte.
 
In pratica accade che in molte regioni, ed il Lazio tra queste, si finisca per ricoverare in costosi letti per acuti pazienti che necessitano di livelli di assistenza e di complessità delle strutture molto minori. Tralasciando per un attimo l'aspetto economico, è evidente che queste persone vengono sottoposte a stili e ritmi di vita inadatti per chi spesso ha solo i malanni tipici dell'età avanzata, esponendoli peraltro ai rischi che comporta la permanenza in Ospedale, a partire da quello di contrarre infezioni particolarmente difficili da debellare.
 
Non si può quindi che condividere la posizione di chi sottolinea la necessità di una riflessione non settoriale, che affronti insieme i temi della rete ospedaliera con quelli del sostegno alla non autosufficienza, ma questo non può prescindere dall'individuazione di criteri oggettivi che sottraggano questo argomento a tutte le logiche di bottega e di campanile.
In questo deve emergere la politica buona che guarda agli interessi generali, mentre fino ad oggi nel Lazio il tema del riordino della rete degli Ospedali ed il destino dei piccoli Ospedali è stato invece costantemente il terreno della cattiva politica che ha privilegiato gli interessi personali e la possibilità di lucrare pacchetti di preferenze attraverso la difesa di ristretti gruppi di cittadini.
 
Visto che nel Lazio spesso l'Ospedale rappresenta la maggior concentrazione di posti di lavoro in paesi e piccole città, in alcuni casi la difesa di strutture ospedaliere piccole e non efficienti è stata non la tutela di un luogo di cura, ma di un luogo di lavoro. Non si è trattato, come spesso di dice, di volere "l'ospedale sotto casa", ma si sono difesi luoghi di lavoro vicini e comodi da raggiungere.
E' necessario però non generalizzare: in alcuni casi ci sono abbondanti motivi per mantenere in piedi, pur con le dovute modifiche, Ospedali con un limitato numero di letti, anche perché piccolo non è sinonimo di inefficienza ed è noto anzi come il grosso del deficit della sanità del Lazio venga prodotto dalle grandi strutture.
 
Nella nostra regione di questi argomenti si parlerà molto e presto, anche perché lo stesso tavolo tecnico ha chiesto alla Regione di ridurre i letti per acuti, forse senza sapere che oggi quelli realmente attivi non sono molti di più dei 16.800 previsti dalla legge, e di aumentare i letti nelle RSA, oggi meno di un terzo rispetto alla media nazionale.
 
Sarà fondamentale che la Regione promuova un confronto aperto alle varie associazioni di cittadini e di professionisti in grado di dare un contributo su questi temi, a partire però da alcuni principi non negoziabili:
1 – disegnare la rete dei servizi Ospedalieri come strumento di supporto ad una nuovo modo di fare assistenza basato sui Percorsi Di Cura, capaci di garantire la giusta prestazione, erogata nei tempi opportuni e con buona qualità;
2 – prevedere una organizzazione degli Ospedali meno parcellizzata rispetto ad oggi con dimensioni delle articolazioni interne, servizi e reparti, che garantiscano un adeguato uso delle risorse;
3 – dare a chi si rivolge ad un Ospedale la certezza che incontrerà un’équipe che ha le competenze e la sufficiente esperienza per rispondere al meglio ai suoi bisogni di salute, e questo si ottiene solo concentrando in un numero limitato di strutture in particolare le attività più complesse.
 
L’obiettivo di tutto questo è dare concretezza al valore dell’equità nell’accesso alle cure, che significa che le risposte che i cittadini ottengono sono in funzione dei loro bisogni di salute e non del luogo in cui abitano o della struttura cui si rivolgono, del loro livello di scolarità o di reddito.
 
Adolfo Pagnanelli
Direttore Medicina d’Urgenza del Policlinico Casilino, Roma

09 Settembre 2013

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