Gentile Direttore, quanto emerso negli ultimi giorni attorno al dibattito sull’impiego di infermieri formati all’estero pone una questione che non può più essere elusa: non se il Servizio Sanitario Nazionale debba ricorrere a professionisti stranieri, ma come farlo in modo eticamente, professionalmente e organizzativamente responsabile.
Le carenze infermieristiche non sono più un’emergenza transitoria, ma una condizione strutturale destinata ad aggravarsi nei prossimi anni per effetto dell’invecchiamento della popolazione, dei pensionamenti e di un mercato del lavoro profondamente cambiato, che rende sempre più difficile trattenere professionisti in settori ad alta intensità di responsabilità e carico assistenziale. In questo contesto, l’apporto di infermieri formati all’estero rappresenta una soluzione tampone necessaria. Tuttavia, riconoscerne la necessità non equivale ad accettarne una gestione priva di regole chiare.
Durante la pandemia da Covid-19, il legislatore ha introdotto deroghe straordinarie ai meccanismi ordinari di reclutamento, comprese quelle legate al decreto flussi, per rispondere a un’urgenza senza precedenti. Quelle scelte erano giustificate da un contesto emergenziale. Oggi però quell’emergenza è finita, mentre il rischio è che strumenti pensati per una fase eccezionale diventino prassi ordinaria, senza che sia stato costruito un sistema stabile di garanzia per i professionisti e, soprattutto, per i cittadini.
Il tema, dunque, è rappresentato dall’etica dell’integrazione professionale, laddove integrare significa garantire che ogni infermiere, indipendentemente dal Paese di formazione, operi all’interno di un sistema che assicuri tracciabilità, verifica delle competenze, adeguata preparazione linguistica e conoscenza del contesto organizzativo e normativo. Senza questi presupposti, il rischio non è solo quello di esporre i professionisti a condizioni di lavoro inadeguate o sfruttamento, ma di compromettere la sicurezza delle cure.
Su questo punto, la posizione espressa dalla Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche è chiara e pienamente condivisibile: il ricorso a professionisti formati all’estero può e deve avvenire solamente all’interno di percorsi regolati, che prevedano il riconoscimento del titolo, la verifica delle competenze linguistiche e professionali e strumenti ordinistici adeguati, come l’istituzione di albi o sezioni dedicate. È una posizione che personalmente sostengo, perché mette al centro non una logica difensiva, ma la tutela della qualità dell’assistenza e della dignità professionale.
Ciò che oggi appare evidente è una criticità ulteriore: mentre per altre professioni sanitarie si stanno sperimentando modelli di reclutamento che prevedono un coinvolgimento attivo degli Ordini professionali, per gli infermieri questo passaggio continua a mancare. Emblematica, in questo senso, è la DGR 961 del 12 agosto 2025 della Regione Veneto riguardante il reclutamento di medici con titoli conseguiti all’estero, che prevede procedure strutturate, valutazioni trasparenti e la partecipazione degli Ordini nel processo di selezione, proprio a garanzia delle competenze e della sicurezza delle cure.
Proprio per questo, appare oggi opportuno avviare una riflessione condivisa su come l’esperienza avviata per il reclutamento dei medici con titoli conseguiti all’estero possa rappresentare un riferimento anche per la professione infermieristica. Il coinvolgimento attivo degli Ordini professionali nei processi di selezione, valutazione e inserimento costituisce una garanzia di qualità, di governo delle competenze e di sicurezza delle cure. Estendere, con i necessari adattamenti, questo modello anche agli infermieri significherebbe rafforzare la coerenza del sistema e costruire percorsi di integrazione più solidi, trasparenti e condivisi.
Affidarsi a canali opachi, a intermediazioni poco controllabili o a modelli emergenziali protratti nel tempo non è sostenibile. Al contrario, è una forma di deresponsabilizzazione del sistema, che scarica sugli individui — spesso i più vulnerabili — il peso di scelte organizzative non governate. Questo non è eticamente accettabile, né professionalmente difendibile.
Se davvero consideriamo il reclutamento di professionisti stranieri una leva strategica per il futuro della sanità italiana, allora dobbiamo avere il coraggio di costruire un modello strutturato e trasparente, fondato su regole certe e su un coinvolgimento pieno degli Ordini professionali, come presidio di competenza, deontologia e sicurezza. Solo così questa scelta potrà essere una risposta credibile alle carenze attuali e prospettiche, e non l’ennesima toppa emergenziale destinata a creare nuovi problemi.
La vera sfida, oggi, non è decidere se aprire o chiudere le porte, ma governare l’apertura. Farlo bene è una responsabilità che riguarda le istituzioni, le aziende sanitarie e la politica. Farlo male significa tradire sia i professionisti che accogliamo sia i cittadini che come Ordini siamo chiamati a tutelare, che chiedono una cosa semplice quanto inderogabile: cure sicure e di qualità.
Giacomo Sebastiano Canova
Presidente Ordine delle Professioni Infermieristiche di Vicenza