Gentile Direttore, la recente pubblicazione sulla rivista Vascular Pharmacology di un documento di consenso firmato da oltre trenta esperti italiani offre l’occasione per una riflessione significativa.
Il messaggio scientifico è chiaro: nei pazienti con ipertensione arteriosa polmonare (IAP) ad alto rischio, l’avvio precoce di strategie terapeutiche combinate che includano i prostanoidi parenterali – farmaci che riducono le resistenze vascolari polmonari fino al 60-70% e favoriscono in alcuni casi il rimodellamento inverso del ventricolo destro – può modificare concretamente la storia naturale di una malattia altrimenti progressiva e fatale. Affinché questo messaggio si traduca in un beneficio reale per i pazienti che ne abbiano indicazione clinica, occorre affrontare con determinazione due nodi strutturali che lo stesso documento mette in luce: il ritardo diagnostico e la disomogeneità delle cure sul territorio. La IAP è una malattia silenziosa che in Italia colpisce circa tremila persone.
I suoi sintomi – fiato corto, stanchezza, palpitazioni – sono aspecifici, condivisi con decine di altre condizioni cliniche, e per questo vengono minimizzati per mesi, talvolta per anni. Spesso, quando la diagnosi arriva, il ventricolo destro è già compromesso e le opzioni farmacologiche disponibili sono ristrette. Questo ritardo non rappresenta solo un problema medico, ma si traduce in una problematica sociale che pesa sulla vita dei pazienti e delle loro famiglie. Investire nella formazione dei medici di medicina generale, nel riconoscimento precoce dei campanelli d’allarme e nell’accesso rapido all’ecocardiografia significa intervenire prima che la malattia consolidi i suoi danni.
Il consensus raggiunto dalla comunità scientifica italiana – con l’adesione dell’87% degli esperti invitati -rappresenta un risultato significativo nel contesto della Sanità italiana. Dimostra che è possibile aggregare competenze diverse, superare le visioni di singolo centro, collaborare tra professionisti e costruire raccomandazioni condivise che riducano la variabilità clinica.
Ma la sfida principale sarà tradurre questo accordo scientifico in strategie uniformi su tutto il territorio nazionale, garantendo che ogni paziente eleggibile possa accedere alle terapie più appropriate all’interno di percorsi gestiti da centri con esperienza specifica. È qui che entra in gioco la dimensione territoriale della presa in carico. Una malattia rara come la IAP richiede non solo terapie efficaci, ma un ecosistema di cura integrato: centri specializzati che dialoghino con gli ospedali periferici, servizi di supporto domiciliare, assistenza infermieristica dedicata, consegna diretta dei farmaci e dei dispositivi necessari.
Esperienze già attive nel nostro Paese dimostrano che questa integrazione è possibile e che migliora concretamente la qualità di vita dei pazienti e dei caregiver. Renderla strutturale e omogenea in tutto il Paese è oggi la priorità. La collaborazione tra comunità scientifica, associazioni di pazienti e industria costituisce un prerequisito fondamentale per garantire che i progressi della ricerca raggiungano ogni persona che ne abbia bisogno, indipendentemente dal luogo di residenza.
Carmine Dario Vizza,
Direttore UOC Cardiologia, Policlinico Universitario Umberto I, Università La Sapienza, Roma
Giovanna Manzi,
Dirigente medico specialista in cardiologia, Policlinico Universitario Umberto I, Università La Sapienza, Roma e prima autrice della *pubblicazione “2025 expert consensus on the use of parenteral prostanoids in incident and prevalent PAH patients: The Italian perspective”
Roberto Badagliacca,
Professore associato e dirigente medico, UOC Cardiologia, Policlinico Universitario Umberto I, Università La Sapienza, Roma
Silvia Papa,
Ricercatrice e dirigente medico, UOC Cardiologia, Policlinico Universitario Umberto I, Università La Sapienza, Roma