L’infermiere di famiglia e quel cittadino da “spartire”

L’infermiere di famiglia e quel cittadino da “spartire”

L’infermiere di famiglia e quel cittadino da “spartire”

Gentile Direttore,
ho letto con curiosità il dibattito che è nato alla notizia, per ora solo tale, della possibilità di istituire il famigerato infermiere di famiglia. Ammetto che la risposta di Francesco Buono è giunta puntuale e veloce. Mi permetto di non scendere in argomentazioni tecniche, nemmeno di cercare di analizzare le questioni legislative, non è il punto. Il punto semmai è smettere di pensare che l’utilizzatore finale, il cittadino italiano, sia sempre considerato incapace di comprendere, valutare e scegliere.

Il cittadino italiano è in grado di comprendere, infatti ha compreso che il nostro Ssn/Ssr è in grave crisi, a dirla tra noi in prognosi riservata. Il cittadino italiano è in grado di comprendere chi è il medico e quali sono le sue responsabilità, è in grado di comprendere chi è l’infermiere e quali sono le sue responsabilità. Piuttosto diciamo che il cittadino italiano può essere messo in grado di non comprendere e la non comprensione è tutto a vantaggio di quegli interessi di categoria che spesso accompagnano ogni decisione.

Cambiare ha un costo, soprattutto ha un costo nelle nostre menti, ma cambiare si può, anzi si deve. Possiamo dire con molta serenità, senza accusare nessuno che l’attuale sistema territoriale non funziona? Possiamo affermare che i Mmg non sono più in grado di sostenere l’aumento della domanda di assistenza sanitaria? Possiamo sostenere che l’attuale sistema ha decisamente fallito i presupposti della prevenzione, sia primaria che secondaria ma soprattutto terziaria? Il fallimento non è colpa della professionalità dei medici di famiglia, verso i quali nutro rispetto e stima, il fallimento è figlio di una scelta anacronistica che ha lasciato il medico da solo ad affrontare problemi che, con la giusta collaborazione, potrebbero essere assegnati all’infermiere di famiglia, liberando energie e spazi che oggi mi sembrano vitali.

Dobbiamo ripensarla questa assistenza territoriale e mi pare chiaro che la soluzione non è la “casa della salute”, non possiamo ogni volta copiare sistemi che negli altri Paesi funzionano, possiamo copiare solo se comprendiamo il perché funzionano.

Il perché è tutto nella capacità dei legislatori di quei Paesi che hanno compreso prima di altri della fondamentale figura infermieristica e della possibilità di sfruttarne tutte le potenzialità liberando i loro medici e dando loro la possibilità di esercitarla davvero la professione medica.

Credo che prima di iniziare un percorso di cambiamento sia necessario analizzare i metodi di assistenza territoriale di moti paesi UE, comprenderne le basi culturali e poi costruire la nuova casa territoriale di assistenza. Mi permetto di dire che noi infermieri lo abbiamo capito da tempo e da tempo sosteniamo che quel percorso è l’unico che possa aprire nuovi orizzonti e garantire al cittadino quelle prestazioni sanitarie di eccellenza che merita.

Mi viene da sorridere quando penso che per risolvere i problemi in questo Paese la prima cosa che si fa o si dice è “apriamo un tavolo di confronto”, ci sono più tavoli in Italia che in qualsiasi altro paese al mondo. Ma se proprio ad un tavolo dobbiamo sederci, che a farlo siano le professionalità in questione, decidano insieme questo percorso, lo facciano senza porsi quale è la fetta che apparterrà ad ognuna di esse. Alla fine il cittadino italiano comprenderà, su questo sono sicuro.

Non abbiamo fette da dividerci, il cittadino italiano caro Francesco Buono non è una torta da spartire, solo un paziente o potenziale tale da assistere.

Piero Caramello
Infermiere

Piero Caramello

04 Giugno 2013

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