L’ipocrita timore di psichiatrizzare la psicopatologia

L’ipocrita timore di psichiatrizzare la psicopatologia

L’ipocrita timore di psichiatrizzare la psicopatologia

Gentile direttore,
il 12 gennaio 2025, sul quotidiano La Nazione, è comparso un breve articolo di David Allegranti dal titolo volutamente sinistro: La strada verso “carceri psichiatrizzate” sembra senza ritorno. Ho ripensato a Mario Santi, lo psicologo direttore del CMAS di Firenze a fine anni ’70, che a me -giovane psichiatra in formazione decisa a capire cosa si annidasse dietro il nascente termine “tossicodipendenza” e dunque a frequentare quel luogo che si pretende antesignano di tutti i SerT, SerD, eccetera che sarebbero stati istituiti nei decenni a venire, e che alla scopo parlavo con i giovani che affollavano il centro dove si distribuiva morfina in luogo di eroina e si misuravano i valori delle sostanze nelle urine- ebbene a quella giovane volenterosa e curiosa che gli segnalava la presenza di un disagio psichico profondo dietro la scellerata quanto esiziale condotta dipendente, ebbe a rispondere in modo secco: “Gemma, il problema non va psichiatrizzato!”. Oggi sono i genitori disperati degli abusers a invocare soluzioni che non pretendano di sganciare il problema dalla sofferenza che lo sottende.

Ad Allegranti rispondo che il carcere è pieno di persone portatrici di problemi psicopatologici, non raramente gravi o gravissimi, spesso conditi da una scarsa o assente compliance. Lo dimostrai negli anni 2001-02 con quella che fu definita la grande ricerca, per ricchezza di dati raccolti e serietà della indagine che già allora indicava come, il 46% dei nuovi giunti in una casa circondariale di grosse dimensioni, fosse portatore di diagnosi di Asse 1 del DSM. Caro Allegranti, non è da temere la risposta di Salute Mentale, e dunque anche psichiatrica, in carcere, ma da ricercare e pretendere, oggi che la Psichiatria se la dà a gambe non solo e giustificatamente di fronte ai problemi di tossicodipendenza, dimenticando che il Disturbo da Abuso di Sostanze è dichiarato psicopatologico nei manuali statistici internazionali -di fatto in Italia no- ma anche di fronte alla psicopatologia severa che inonda le strade e ovviamente le carceri.

“Nera carcere carcere nera” recita un verso dantesco, nera soprattutto perché non illuminata dal desiderio di portare l’aiuto che serve a chi cade in disgrazia, come felicemente rilevato dalla lingua russa. E se chi viene detenuto soffre, ormai in prevalenza, di un problema psicopatologico, occorre chiamare la Psichiatria al compito per cui nacque: portare fuori del carcere chi in carcere non deve rimanere in quanto portatore di una sofferenza mentale, dunque lavorare intensamente a una riabilitazione prima della salute dell’uomo detenuto quindi della sua competenza sociale, con riammissione al consesso dei cittadini liberi.

Certo questa Psichiatria di cui reclamare il lavoro non può essere solo la gran ciambellana dei cortocircuiti psicofarmacologici, ma una branca medica con una vocazione interdisciplinare in grado di inscriversi nel progetto di Salute Mentale che questo Paese volle, un progetto che non smise di albergare l’idea di una coazione gentile, indispensabile in certi momenti della vita dei portatori di psicopatologia severa. Grave è semmai che, il diritto e la doxa, tendano a presentare questa necessità come un abuso, invece di contribuire al controllo interdisciplinare che scongiuri il rischio di eccedere nel sacrosanto tentativo di evitare l’abbandono.

Gemma Brandi
Psichiatra psicoanalista
Esperta di Salute Mentale applicata al Diritto
Consulente Ufficio del Garante Nazionale per le Persone Private della Libertà

Gemma Brandi

16 Gennaio 2025

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