Gentile Direttore,
parliamo di un fenomeno, con il protagonista in primissimo piano. Se donna french manicure colorata, con effetti cromati e glitterati in tonalità marine Tiffany o nail art ispirate alla natura e labbra già ritoccate se pur in tenera età; se uomo, modi poco eleganti, avocante a sé buon cuore e principi di altri tempi (lavoro pesante, sacrificio, dedizione per la famiglia), per entrambi grandi quantità di junk food o confort food della nonna, rumori di fondo vari… ed ecco servito il Mukbang all’italiana.
Ingollarsi enormi quantità di cibo, con una telecamera ravvicinata e un microfono pronto a enfatizzare ogni più piccolo suono del mangiatore, mentre followers o pubblico occasionale, solleticati da insistenti reel guardano e commentano, ricevendo solo in alcuni casi risposte dai fan più attivi o dal mukbanger in persona, è un fenomeno social sempre più popolare e seguito tanto da sollecitare riflessioni specifiche.
Gnam gnam
Taluni fanno rientrare il genere negli Autonomous sensory median response (ASMR), ossia esperienze sensoriali in grado di ingenerare benessere e piacere, rilasciando serotonina e dopamina.
Non a caso, circa quindici anni fa, il fenomeno fa il suo esordio in Corea del Sud, su Afreeca TV, una piattaforma di streaming sudcoreana, in risposta all’isolamento e al senso di solitudine dei più giovani nell’era digitale (Spence et al., 2019). Propagandosi poi negli Stati Uniti ha raggiunto, più di recente, anche il nostro Paese, assumendo caratteristiche proprie.
Se in Oriente può capitare, infatti, che la persona che si impone dei limiti alimentari, inviti a pranzo o cena un ospite per vederlo consumare tutto ciò che in prima persona ha deciso di non assumere o che le persone cerchino altri, anche sconosciuti, con cui condividere i pasti, in Occidente il senso dell’esperienza appare differente, attribuendo una maggiore importanza alla preparazione delle pietanze – non è un caso che gli show culinari abbiano imperversato per anni, su ogni canale tv e streaming, almeno sino a qualche, più recente, cedimento in termini di audience.
Slurp
Per pranzare/cenare in compagnia, per eccitarsi guardando giovani, donne o uomini, che pur essendo in forma perfetta mostrano allo spettatore tutta la loro voracità, permettendogli l’ingresso in un’area evocativa ed intima come il cibarsi (Schwegler Castañer, 2018; Donnar, 2017), per rilassarsi o limitare l’ansia proprio attraverso i suoni (Choe, 2019), per alimentarsi in maniera vicaria e per delega (Hakimey e Yazdanifard, 2015) ciò che segna un solco trai live eaters d’Oriente e d’Occidente sono proprio i rumori (spacchettamenti, risucchi, ruminazioni, masticazioni, moliture mandibolari e grugniti): a levante vengono apprezzati (vedi Giappone, Corea, Cina) a ponente meno, essendo indice di malacreanza, almeno dalla metà del 1500 (vedi il Galateo di Giovanni Della Casa). Senza dimenticare che esiste una vera malattia neurologica nota con il nome di misofonia – variabile da lieve a grave e non solo limitato alla pur sana pratica della masticazione (respiro, ticchettio, ecc.).
Al di là di questa binarietà emersa da uno studio di Strand e Gustaffson (2020), incentrato sui commenti agli specifici video immessi in rete utilizzando diverse piattaforme, il format funziona ormai in tutto il mondo con numeri di visualizzazioni importanti e, conseguentemente, lauti guadagni per i mukbangers.
Il popolo gradisce.
Gulp
In Italia masticazione, suzione, deglutizione, denti che spezzano il pane, risucchi, schiocchi di lingua sul palato, parlare con la bocca piena, al di là del disagio dettato da una personale e specifica misofonia, in generale creano fastidio sociale (e social). Eppure sono in tanti nel nostro Paese coloro che si affacciano o seguono assiduamente i divoratori social, i quali non spingono come nei casi delle abbuffate o del binge eating, ma più semplicemente mangiano con un pubblico.
Preso un fenomeno dal Sud est asiatico e portato nel centro del Mediterraneo, forse ci si è persi la necessaria contestualizzazione culturale.
Eppure, sia pur per altre ragioni, il format è vincente.
Nello specifico, il popolo non gradisce ma continua a guardare e a commentare.
Tra una badilata di maionese e l’apoteosi del commestibile processato, nessun messaggio particolare da parte della web-star dal primitivo trangugio, infiniti messaggi di disapprovazione e inorridimento da parte di chi assiste ai video.
Da una parte l’ennesimo stratagemma dei cercatori dell’aureo hype social per monetizzare, dall’altra l’ennesimo bacile dove riversare hate speech.
Brava devi sempre mangiare con le mani…le posate non sono per te.
Fai senso!
Ma perché sempre senza posate??? Che ti hanno fatto???
Sei insopportabile!
Scendi e vai allo zoo!
Che schifo! Degrado!
Non sai neanche mangiare devi mangiare bocca chiusa è il pollo si mangia con forchetta e coltello.
Tu stai bene in mezzo agli animali.
Fai venire il voltastomaco!
(Fonte: Facebook)
Tra le due posizioni si collocano i fan più attivi che provano a difendere e giustificare il personaggio, certi così di smascherare cattiveria e invidia, quanti ingiungono un ritorno all’avvedutezza e al rispetto per la salute e gli spettatori che invitano a non seguire, continuando a scrollare per non garantire il vantaggio economico derivante dalle visualizzazioni e dai commenti.
In piena evoluzione appare, dunque, il concetto di ASMR, conteso tra sensazioni piacevoli derivanti dall’attenzione (anche infastidita e rabbiosa) altrui e la possibilità di dare sfogo a una vasta gamma di sentimenti negativi.
Disgusto provoca l’assumere cibo in maniera smodata e rustica, disgusto genera leggere i commenti disgustati a cui rispondono i “passanti” che si uniscono al gruppo, seminando, spesso commentando, emoticon qua e là. Quanta convivialità alla tavola bene/male apparecchiata della scomparsa di ogni possibile filtro!
Il cibo è e resta un collante sociale, una delle forme più praticate di condivisione e comunicazione.
Nella fattispecie, però, il cibo vero e proprio, cercato in dosi massicce dal mangiatore social, assurge a pretesto per continuare ad alimentare il mangiatore di astio e risentimento.
Chiedo il tuo sguardo per essere visto ma contemporaneamente non sono più in quello che è il vasto spazio dell’immateriale virtuale. Ribadisco allora, strepitando silenziosamente, il bisogno di esistere attraverso la più atavica delle attività: cibarsi.
Mani unte, bocca carnosa – spesso ritoccata da filler – colesterolo a iosa, rumori disseminati per dire quasi esclusivamente eccomi! e grazie a te che guardi io mangio – non solo nella sua accezione più prossima a introito.
La nobile cucina italiana soffre per le vessazioni, a Messer Giovanni Della Casa vengono garantite sempre nuove e quotidiane sepolture, i nutrizionisti si concedono arrendevoli alla schadenfreude, consapevoli che prima o poi la vita – e specificatamente il segno vita – presenterà il conto (e non solo quello delle calorie).
Il piacere si aggiorna e si rigenera. Non sempre è condivisibile, ma si sa: dove c’è reel non c’è perdenza (forse).
Scrunch
Anna Paola Lacatena
Sociologa
Bibliografia
Choe, H. (2019). Eating together multimodally: Collaborative eating in mukbang, a Korean livestream of eating. Language in Society, 48, 171–208.
Donnar, G. (2017). ‘Food porn’ or intimate sociality: Committed celebrity and cultural performances of overeating in meokbang. Celebrity Studies, 8, 122–127.
Hakimey, H., & Yazdanifard, R. (2015). The review of Mokbang (broadcast eating) phenomena and its relations with South Korean culture and society. International Journal of Management, Accounting and Economics, 2, 443–455.
Spence, C., Mancini, M., & Huisman, G. (2019). Digital Commensality: Eating and Drinking in the Company of Technology. Frontiers in Psychology, 10(October).
Strand, M., & Gustafsson, S. A. (2020). Mukbang and Disordered Eating: A Netnographic Analysis of Online Eating Broadcasts. Culture, Medicine and Psychiatry.
Schwegler-Castañer, A. (2018). At the intersection of thinness and overconsumption: the ambivalence of munching, crunching, and slurping on camera. Feminist Media Studies, 18(4), 782-785