Gentile direttore,
in tema di finanziamento pubblico della Sanità italiana bisogna premettere che il sistema è stato oggetto da parte dei Governi che si sono succeduti negli ultimi 20 anni a tagli irresponsabili della spesa pubblica e quindi ad un sottofinanziamento costante e progressivo che ha prodotto l’estrema debolezza in primis del sistema ospedaliero italiano che oggi è a tutti evidente. È caratterizzato infatti da un bassissimo numero di posti di letto di degenza ordinaria (314 per 100 mila abitanti, abbondantemente al di sotto della media europea di 532, con la Germania a 800, Ungheria e Romania a 700 e la Francia a 590 ed anche la Grecia a 419) e di terapia intensiva 8-10 per l’Italia (Germania 30 e Francia superiore a 20). Mancano nel nostro Paese quindi ben 100 mila posti letto di degenza ordinaria e circa 12 mila posti letto di terapia intensiva.
Il numero di specialisti ospedalieri soprattutto in determinate specialità meno ambite e ricercate, perché particolarmente logoranti è estremamente esiguo. La carenza di personale infermieristico è poi clamorosa con almeno 70 mila infermieri in meno rispetto a Francia e Germania. Per entrambe queste categorie inoltre si registrerà a breve un tasso di turn over (rapporto tre nuovi assunti e cessati) che del 90% per i medici e del 95% degli infermieri, causato da pensionamenti e prepensionamenti, esodi verso l’estero o verso il privato, scarse retribuzioni e prospettive, scarsa attrattività della professione.
Insomma dal confronto internazionale emerge che nel periodo 2012-2019 in Italia la spesa sanitaria pubblica ha registrato un -0,3%, in Francia un +15%, in Germania un +16,4% ed in Spagna un +13,5%. Secondo la Nadef nei prossimi anni la spesa sanitaria pubblica italiana in rapporto al PIL diminuirà fino al 6,1% nel 2026 e scenderà al di sotto del 6% nel 2027. Durante il Covid il nostro Paese aveva raggiunto il 7,4%, con un immediato ritorno al 6,2% nel triennio 2023-2025 rispetto ad un media dell’8,8% dei 37 Paesi dell’OCSE e del 10% circa di Francia e Germania e le Regioni chiedono ancora la restituzione dei costi Covid, dei costi della inflazione e di quelli energetici.
Questa attuale valutazione corrisponde ora esclusivamente alle nuove risorse postate in questo documento per l’anno prossimo la cui cifra complessiva è di 2,4 miliardi di euro. I restanti finanziamenti che si riferiscono a risorse già assegnate negli anni precedenti, se pur messi in bilancio, in parte neppure sono stati spesi da parte delle Regioni per l’impossibilità ad assumere nuovo personale sanitario in gran parte non disponibile. La voce principale di questa Manovra è per la Sanità appunto quella relativa al personale sanitario che incide per un 34% circa (881 milioni). Queste risorse dovrebbero essere investite prevalentemente per assumere solo circa 6 mila infermieri e mille medici e per incrementare i salari di tutto il personale. Su questo punto bisogna quindi osservare che l’incremento numerico sia dei medici specialisti riguardante soprattutto numerose specialità cruciali, che degli infermieri ospedalieri è assolutamente inadeguato rispetto alle necessità reali. Infatti il Forum delle Società Scientifiche dei Clinici Ospedalieri ed Universitari Italiani (FOSSC) aveva giudicato come misura minima un incremento per il prossimo anno di almeno 10 mila medici e 20 mila infermieri, incremento che sarebbe dovuto proseguire anche negli anni successivi al fine di colmare almeno parzialmente il notevole gap attualmente esistente tra il nostro Paese e gli altri Paesi dell’Europa occidentale. Non c’è inoltre nessuna traccia di interventi atti a colmare l’incredibile carenza di medici di famiglia che colpisce soprattutto Nord e grandi città (-20% in dieci anni ed oltre un terzo andrà in pensione nei prossimi 10 anni). Già oggi circa 5 milioni di italiani sono privi del loro medico di medicina generale e presto saranno 8 milioni.
L’altro problema di pari rilevanza è rappresentato dall’entità degli aumenti salariali previsti che sono assolutamente irrisori e cioè di circa 3 mila euro annui lordi per i medici (circa 135 euro netti mensili) e 1.630 euro lordi annui per gli infermieri (circa 60 euro netti mensili). Ciò naturalmente se rapportati agli emolumenti, di gran lunga superiori, che questi professionisti ricevono negli altri Paesi Europei, questi valori non saranno quindi in grado assolutamente di contrastare la mancata vocazione e l’esodo di queste categorie professionali verso Paesi esteri o verso i privati ed ancora una volta anche le poche risorse stanziate, in analogia a quanto avvenuto negli anni scorsi, non saranno neppure spese dalle Regioni. Infatti come affermato recentemente anche dall’Assessore alla Sanità della Regione Lombardia, Guido Bertolaso, sulla fuga degli infermieri: “Le paghe sono decise a Roma. Noi diamo incentivi e puntiamo ad accordi per le case per dare in affitto alloggi di proprietà pubblica a chi non può permettersi di vivere nelle grandi città”. E meno male che la Regione Lombardia ed altre Regioni più ricche d’Italia almeno possono permettersi provvedimenti facilitatori di edilizia sanitaria, le altre Regioni nemmeno quelli.
Le altre voci sul finanziamento per l’anno 2026 sono quelle sulla prevenzione per 485 milioni di euro pari al 19% del totale, impegnati sul potenziamento degli screening oncologici già in atto ma con scarse adesioni. L’estensione ad altre fasce di età per la mammografia e lo screening del colon-retto, l’applicazione della TC spirale nella diagnosi precoce del tumore polmonare nei forti fumatori, l’estensione dei vaccini ed altre misure di potenziamento della prevenzione primaria insieme con l’avvio di campagne di comunicazione sugli stili di vita corretti atti ad abbattere l’incidenza di alcune patologie tra le più frequenti.
Altre voci riguardano la spesa farmaceutica per 350 milioni di euro in più pari al 13% della spesa complessiva ma, con un aumento del relativo tetto di solo lo 0,25% per assorbire i costi delle nuove terapie, che di fatto già si prevede saranno enormemente superiori e costringeranno AIFA ed i Prontuari di diverse Regioni ad allungare ulteriormente le procedure ed i tempi di accesso già inaccettabili (ora quasi due anni) come è esplicitamente ammesso dai vertici AIFA che adducono per questi ritardi motivazioni riguardanti “vincoli di spesa stringenti entro i quali sono costretti ad operare e quindi la necessaria attenzione alla sostenibilità del sistema”. A questo riguardo è superfluo sottolineare quale siano i gravissimi danni prodotti a molti ammalati dai ritardi alla somministrazione di numerosi farmaci innovativi che hanno un impatto favorevole e decisivo sull’evoluzione delle malattie di cui sono affetti.
Altre voci riguardano un’implementazione delle attività con privati accreditati riguardanti anche l’aggiornamento delle tariffe di rimborso per le prestazioni sanitarie e collaborazioni nell’ambito della soluzione del problema delle liste di attesa per complessive risorse pari a circa il 10%, le Farmacie dei Servizi per le quali peraltro nell’ultimo testo bollinato sono scomparsi i riferimenti ad autorizzazione ed accreditamento, ponendo in essere la possibilità di servizi resi in assenza di regole e controlli; poi alcuni aspetti di particolari patologie tra cui la salute mentale con un’entità di spesa assolutamente esigua ed insufficiente rispetto all’entità delle problematiche in atto di 80 milioni di euro e poi altre patologie rilevanti e le cure palliative.
Nulla è presente nella Finanziaria 2026 riguardo alle altre proposte da noi formulate quali per esempio l’aumento dei posti letto ospedalieri complessivi con revisione dei relativi tetti di spesa che dovrebbero riguardare sia i posti letto di degenza ordinaria che di terapia di terapia intensiva e rianimazione al fine di risolvere definitivamente l’annoso e vergognoso problema dell’intasamento dei Pronto Soccorso, l’adozione di incentivi e sistemi premianti per l’accesso alle scuole di specializzazione più neglette e per il successivo inserimento degli specialisti nel ruolo ospedaliero o comunque nel sistema pubblico, l’inserimento in ruolo di nuove figure professionali che consentirebbero lo sviluppo dell’innovazione e della ricerca quali biostatistici, infermieri di ricerca, data manager ed esperti di intelligenza artificiale, figure ancora non previste nelle qualifiche professionali ospedaliere, il potenziamento degli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico IRCCS con controlli rigorosi sull’efficienza dei finanziamenti e della loro resa in termini di validità dell’attività scientifica svolta traslazionale e clinica con evidenti risultati nel miglioramento degli standard assistenziali per queste patologie, revisione che come avveniva in passato dovrà essere da parte di referees indipendenti (peer review), controlli e verifiche che devono riguardare anche le loro rispettive reti per patologia fino a portare, ove tali attività non risultassero sufficienti, anche alla sospensione del ruolo di IRCCS, con eventuali riconoscimenti anche a parità di finanziamento complessivo di nuovi IRCCS dotati di migliori potenzialità. In particolare nessun finanziamento è previsto sulla ricerca clinica soprattutto quella no profit cioè non sostenuta da sponsor industriali, settore che è in particolare crisi nel nostro Paese. Nessun finanziamento è inoltre previsto per la medicina territoriale in termini di acquisizione di nuovo personale, misura non sostenibile con i fondi del PNRR.
Inoltre, abbiamo sempre proposto un piano di riforma strutturale e sistemica per riportare il SSN ai livelli dei migliori Paesi europei e di questo piano ancora una volta non c’è neppure l’ombra. Un intervento legislativo che anche armonizzi a livello nazionale il net work di tutti i dati sanitari è essenziale ai fini della loro interoperabilità tra tutte le Regioni, dello sviluppo della telemedicina e della completa digitalizzazione del SSN. Integrazione tra ospedali e territorio, potenziamento del personale sanitario e delle strutture, seri investimenti in salute mentale, ricerca e prevenzione sono le chiavi per costruire una sanità moderna, efficiente ed equa, al servizio di tutti i cittadini italiani; ma di tutto ciò non c’è nessuna traccia.
Prof. Francesco Cognetti
Coordinatore FOSSC