Gentile Direttore,
un noto aforisma attribuito a Voltaire afferma che “L’arte della medicina consiste nel distrarre il paziente mentre la natura cura la malattia”. Aveva in parte ragione e in parte torto. Aveva ragione perché spesso l’evoluzione naturale delle malattie non gravi è favorevole anche senza terapie. Aveva torto se pensiamo al semplice fatto che dai tempi di Voltaire l’aspettativa di vita è più che raddoppiata. Questo perché il famoso filosofo confondeva il benessere con la salute, come si continua a fare oggi a proposito degli stili di vita e di molte altre terapie proposte che hanno una buona probabilità di influire sul benessere con un significativo effetto placebo. Il benessere è una sensazione definita da parametri soggettivi e può anche accontentarsi solo di ipotesi teoriche. La salute è una condizione definita da parametri oggettivi condivisi a priori. Ha bisogno di dimostrazioni, di prove di efficacia, di evidenza. I parametri legati al benessere non sempre coincidono con la salute e quelli legati alla salute non sempre coincidono con il benessere. Un loro equilibrio bilanciato è necessario per la capacità di adattamento e di autogestione dell’individuo di fronte alle sfide sociali, fisiche ed emotive.
Troppo benessere rischia di incidere negativamente sulla salute e viceversa (Cfr. figura).

L’adesione a stili di vita che favoriscano il benessere e mantengano la salute non può che essere demandata a prove di efficacia e quindi a ipotesi che abbiano superato il vaglio della dimostrazione. L’evitamento di sostanze a rischio, l’alimentazione, l’attività fisica, il sonno, la gestione dello stress cronico e le relazioni sociali positive sono stili di vita fondamentali che possono prevenire il 50% delle malattie non trasmissibili senza uso di provvedimenti terapeutici convenzionali. Evitare il fumo ritarda la mortalità di 10 anni, una buona alimentazione accompagnata da una buona attività fisica di 8 anni, evitare un consumo moderato di alcol di 4 anni e così via.
Accanto a queste prove incontrovertibili si innestano i consigli di quelli che possiamo definire “spiegatori” perché spiegano senza conoscere, senza bisogno di prove di efficacia né di algoritmi bayesiani, ma solo di ragionamenti che giustifichino le loro ipotesi autoreferenziali e il bisogno di illusione di chi sta o pensa di stare male. Sono molti quelli che si dedicano all’arte della spiegazione in base a credenze e sentito dire. Sono spesso mamme e babbi, mogli e mariti, figli e figlie che hanno il figlio, il marito o un genitore malato. Sono anche parenti che lavorano in ospedale o in ambulatori, e per questo ritenuti esperti, giornalisti e divi della televisione che hanno orecchiato qualche interessante notizia e la spiegano come vita vissuta. In genere non causano grandi danni. Purtroppo, in alcuni casi questo diventa il terreno fertile per parolai, mistificatori e talvolta truffatori che si definiscono o vengono definiti scienziati perché in qualche modo lo sono stati in passato ma dopo hanno deviato dalla retta via.
I più anziani ricorderanno, negli anni Sessanta, Liborio Bonifacio di Agropoli che voleva curare il cancro con gli escrementi delle capre; alla fine degli anni ’90 il Professore di Fisiologia Luigi di Bella che voleva curare il cancro con improbabili cocktail multifarmacologici; Davide Vannoni che voleva curare le malattie neurodegenerative con una composizione ignota denominata “Stamina” con importante risalto mediatico anche di nomi molto famosi dello spettacolo. Per non parlare del doppio premio Nobel Linus Pauling che sosteneva che le malattie cardiovascolari e il cancro si potevano curare con megadosi di vitamina C.
Gli scienziati, veri o millantatori, non sempre hanno aiutato i pazienti. Qualche volta li hanno danneggiati con un pensiero scientifico dominante ideologico, non applicando il rigoroso metodo scientifico ma rincorrendo il loro bisogno mondano di narcisismo. Questo succede soprattutto quando prevalgono gli “spiegatori”, forti della pretesa del loro suprematismo ideologico, cittadini normali, politici, scienziati, medici pratici, accademici, persone di spettacolo, che se ne infischiano del concetto di evoluzione naturale della malattia, dell’effetto placebo, del valore terapeutico aggiunto, della necessità di affidarsi al metodo scientifico nella ricerca clinica sia per la medicina fatta con le medicine sia per quella senza medicine, confondendo troppo spesso il benessere che ha bisogno di credenza con la salute che ha bisogno di evidenza.
Franco Cosmi
Medico cardiologo Perugia