Lazio 2026, il sistema sociosanitario alla prova del Pnrr e delle nuove fragilità

Lazio 2026, il sistema sociosanitario alla prova del Pnrr e delle nuove fragilità

Lazio 2026, il sistema sociosanitario alla prova del Pnrr e delle nuove fragilità

Gentile direttore, la Regione Lazio si configura come un laboratorio cruciale - forse il più complesso in Italia - per osservare come il sistema sociosanitario stia tentando di rispondere a un "doppio assedio": quello delle nuove fragilità sociali e quello della riorganizzazione territoriale imposta dalle scadenze europee 

Gentile direttore, la Regione Lazio si configura come un laboratorio cruciale – forse il più complesso in Italia – per osservare come il sistema sociosanitario stia tentando di rispondere a un “doppio assedio”: quello delle nuove fragilità sociali e quello della riorganizzazione territoriale imposta dalle scadenze europee … Non è possibile applicare le stesse ricette a Tor Bella Monaca e a un piccolo borgo dei Monti Reatini. Di conseguenza, il modo in cui la Regione sta programmando l’utilizzo dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e le nuove risorse del Fondo Sanitario Nazionale (FSN) rappresenta un banco di prova decisivo per la tenuta del welfare locale.

Un laboratorio di complessità sociale

Allo stato attuale, e alla luce dell’ultimo Rapporto IFEL “Salute e Territorio 2026”, la Regione Lazio si configura come un laboratorio cruciale – forse il più complesso in Italia – per osservare come il sistema sociosanitario stia tentando di rispondere a un “doppio assedio”: quello delle nuove fragilità sociali e quello della riorganizzazione territoriale imposta dalle scadenze europee. Non si tratta solo di applicare piani e protocolli sanitari, ma di governare una struttura demografica e geografica che produce disuguaglianze uniche nel panorama nazionale. La caratteristica distintiva della regione è una fortissima polarizzazione: da un lato l’area metropolitana romana, densa, caotica e ricca di contrasti; dall’altro le zone interne, segnate da dispersione e isolamento.

Questo scenario duale condiziona profondamente la domanda di servizi. Non è possibile applicare le stesse ricette a Tor Bella Monaca e a un piccolo borgo dei Monti Reatini. Di conseguenza, il modo in cui la Regione sta programmando l’utilizzo dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e le nuove risorse del Fondo Sanitario Nazionale (FSN) rappresenta un banco di prova decisivo per la tenuta del welfare locale.

1. Il contesto demografico: un territorio a “doppia velocità”

Per comprendere la sfida, bisogna guardare ai numeri che descrivono il corpo sociale del Lazio.  La Regione vive dinamiche complesse in cui la povertà urbana si intreccia pericolosamente con l’isolamento delle aree interne. Sebbene la distribuzione per età appaia statisticamente “smorzata” dalla presenza di Roma — che mantiene un profilo demografico mediamente più giovane rispetto al resto della regione — emergono nuove forme di vulnerabilità che sfuggono alle vecchie categorie.

Nelle periferie della Capitale, la “Povertà Urbana” assume i tratti di un’emergenza silenziosa. Qui si concentrano famiglie con minori in condizioni di precarietà lavorativa, schiacciate da alti costi abitativi che erodono il reddito disponibile per la salute. Paradossalmente, proprio in queste aree ad alta densità abitativa, la densità dei servizi pubblici risulta spesso insufficiente rispetto alla massa critica della popolazione residente.

 Sull’altro versante della regione, nelle “Aree Interne”, il problema è opposto ma speculare. La bassa densità di servizi e i lunghi tempi di percorrenza necessari per raggiungere i presìdi sanitari penalizzano una popolazione in progressivo e inesorabile invecchiamento.

Le proiezioni demografiche sono severe: l’Italia, e il Lazio con essa, affronta un invecchiamento accompagnato da una frammentazione dei nuclei familiari. Nel 2024, il 47% delle persone che vivono sole ha oltre 65 anni; secondo le proiezioni ISTAT, questa quota è destinata a salire al 59% entro il 2050.                         

I dati sulla povertà economica confermano l’allarme. Nel Centro Italia, di cui il Lazio è traino economico e demografico, il rischio di povertà o esclusione sociale tocca ormai quasi il 20% della popolazione.  L’incidenza della povertà assoluta familiare si attesta al 6,7%, un dato in crescita rispetto al decennio precedente, con picchi preoccupanti proprio nelle cinture periferiche romane.  Ancora più drammatico è il dato sui minori: nel 2024, il 26% dei minori sotto i 16 anni vive in famiglie a rischio, una condizione che si intreccia spesso con la deprivazione abitativa (che tocca il 5,6% in forma grave) e con il sovraccarico dei costi della casa (5,1%).                                                                      

Tuttavia, il dato più significativo per chi deve programmare servizi è quello della “multidimensionalità del bisogno”. I dati Caritas rilevano che nel Lazio il 32,7% delle persone assistite non ha un solo problema, ma presenta tre o più ambiti di bisogno contemporanei: economico, abitativo e sanitario. Questo indica chiaramente che la risposta istituzionale non può più essere compartimentata — solo clinica o solo assistenziale — ma deve essere necessariamente integrata.

2. La crisi dell’accessibilità e la rinuncia alle cure

L’indicatore che misura il fallimento del sistema nel rispondere a questi bisogni è il tasso di “rinuncia alle cure”. Nel 2024, le regioni del Centro Italia, Lazio incluso, hanno registrato il tasso più alto della penisola: il 10,7% della popolazione ha rinunciato a prestazioni sanitarie necessarie. Si tratta di un valore superiore alla media nazionale del 9,9%.                                                                                                                                    

Nel Lazio, le barriere all’accesso assumono due forme distinte, riflettendo la dualità del territorio. A Roma esiste una “Barriera Logistica”: nelle periferie, i collegamenti pubblici carenti e la saturazione fisica dei presìdi esistenti rendono difficile l’accesso tempestivo alle cure, scoraggiando l’utenza più fragile. Nelle province esiste invece una “Barriera Geografica”: nelle aree collinari e montane, la rete dei servizi è rarefatta, in alcuni casi ancora in fase di ricostruzione post-sisma o in attesa della riorganizzazione prevista dal Pnrr. A queste si somma una terza barriera, trasversale e insidiosa: quella “burocratica” e informativa. 

La frammentazione degli sportelli e l’assenza di Punti Unici di Accesso (PUA) realmente integrati tra ASL e Comuni creano un “filtro invisibile” che respinge anziani e persone con bassa scolarizzazione. Anche il divario digitale pesa: le barriere informative limitano l’uso del Fascicolo Sanitario Elettronico, e manca ancora un equivalente “fascicolo sociale” che permetta ai servizi di dialogaree di essere realmente integrati.

3. Pnrr Missione 6: cantieri, scadenze e il rischio “scatole vuote”

Il piano della Regione Lazio prevede la realizzazione di 131 Case della Comunità (CdC) e 35 Ospedali di Comunità (OdC), per un investimento complessivo di circa 263 milioni di euro. La Regione ha approvato diversi atti di programmazione, incluso l’aggiornamento del Piano Operativo (DGR 282/2025), per definire nel dettaglio la localizzazione di queste strutture. L’obiettivo è ambizioso: entro marzo 2026, nella sola Roma dovranno aprire 60 Case della Comunità.

L’investimento è capillare: la sola ASL Roma 1 vede un impegno superiore ai 21 milioni di euro per 20 strutture, mentre la ASL Roma 2 ne prevede 24. Alcuni segnali sono già visibili. Recentemente sono state inaugurate le Case della Comunità come, ad esempio, quelle di Morena e Tiburtino III, strutture che dovrebbero essere aperte 24 ore su 24, sette giorni su sette, pensate per la presa in carico dei cronici e per offrire cure primarie che alleggeriscano la pressione sugli ospedali.

Le funzioni assegnate a questi nuovi presìdi sono vitali: medicina di base, intercettazione dei casi che impropriamente finirebbero al Pronto Soccorso, e integrazione sociosanitaria.        

Tuttavia, l’attuazione pratica presenta luci e ombre preoccupanti. Se la “Pianificazione” è chiara, con una concentrazione significativa nell’area metropolitana per rispondere alla densità abitativa, l'”Operatività reale” arranca. A fine 2025, l’avanzamento è parziale e si registrano ritardi significativi, specialmente nelle aree interne.

Il timore principale, evidenziato anche a livello nazionale da AGENAS, è il cosiddetto rischio “Scatole Vuote”: inaugurare le mura senza garantire il contenuto. Solo il 23% delle Case della Comunità attive in Italia rispetta pienamente gli standard del DM 77/2022 in termini di orari, personale e servizi offerti. 

Nel Lazio, la criticità maggiore riguarda proprio la dotazione di personale, insufficiente nel 77% dei casi analizzati. Il rischio è avere strutture formalmente aperte ma incapaci di garantire la presenza stabile di équipe multidisciplinari.

4. L’emergenza Salute Mentale

Un capitolo a parte merita l’area della salute mentale, vero banco di prova per la tenuta del welfare laziale. I dati del 2023 mostrano che il Lazio assiste 123,1 utenti nei servizi territoriali ogni 10.000 abitanti adulti. Sebbene questo dato sia superiore a quello di altre regioni del Centro Italia, rimane al di sotto della media nazionale di 144,1 utenti, a fronte di un carico di disagio psichico e sociale molto elevato, specialmente nella Capitale.           

La debolezza della rete territoriale ha una conseguenza immediata: l’esplosione degli accessi in Pronto Soccorso. Tra il 2020 e il 2023, a livello nazionale si è registrato un aumento del 50% degli accessi per disturbi della personalità, e il Lazio conferma questa tendenza.

Il Pronto Soccorso sta fungendo impropriamente da “ammortizzatore sociale” per carenze territoriali, specialmente in quei contesti urbani dove marginalità sociale, uso di sostanze e precarietà abitativa si sommano al disagio psichico.

Per il 2026, si spera che la strategia regionale possa invertire la rotta rafforzando la presenza nei quartieri periferici e nelle aree interne. Dovrebbe essere previsto l’impiego di “équipe mobili” e progetti di outreach per intercettare il disagio prima che diventi emergenza, oltre all’integrazione strutturale dei servizi di salute mentale all’interno delle nuove Case della Comunità.

5. Prospettive e Priorità Strategiche (2025-2027): alcune proposte

Per trasformare questa fase di crisi in un’opportunità di rifondazione del servizio sanitario regionale, il Lazio dovrebbe agire su assi prioritari ben definiti, sfruttando la finestra temporale del PNRR fino al 2027.

Il primo asse è il Potenziamento dell’Assistenza Domiciliare (ADI). L’obiettivo è superare il target nazionale, puntando a una copertura del 15% degli over 65 entro il 2027. Questo obiettivo, ambizioso, richiede però un cambio di paradigma: bisogna integrare l’ADI sanitaria con il servizio di assistenza domiciliare sociale (SAD) erogato dai Comuni, creando pacchetti assistenziali unici che rispondano alla complessità del bisogno dell’anziano. Attualmente la copertura è superiore al 10% (target raggiunto), ma l’invecchiamento della popolazione impone di alzare l’asticella.

Il secondo asse riguarda la Salute Mentale di Prossimità. È necessario che le Case della Comunità non siano solo ambulatori generalisti, ma ospitino funzioni stabili di salute mentale. La riduzione della dipendenza dal Pronto Soccorso passa per la capacità di offrire risposte sul territorio, nei quartieri e nei paesi.

Il terzo asse è il Riequilibrio Ospedale-Territorio. Il nuovo riparto del Fondo Sanitario Nazionale e i fondi regionali 2026 devono essere utilizzati chirurgicamente per spostare risorse dalla concentrazione ospedaliera metropolitana verso il potenziamento dei servizi territoriali, specialmente nelle aree dove i tempi di percorrenza sono elevati. Il Lazio ha titolo per rivendicare risorse aggiuntive proprio in virtù della sua combinazione unica di grandi concentrazioni urbane, forti disuguaglianze e pressione sulla rete ospedaliera.

Infine, il nodo cruciale resta il Personale. Senza un piano di assunzioni massiccio e incentivi specifici per medici e infermieri di comunità disposti a lavorare nelle aree disagiate (che siano le periferie romane o le zone montane), le strutture del PNRR rischiano di restare sottoutilizzate.

Conclusioni

Il Lazio si trova oggi a un bivio storico. La sfida che la Regione ha di fronte non è solo edilizia – costruire le 131 Case della Comunità entro le scadenze – ma è soprattutto organizzativa e culturale.  Se le ingenti risorse del PNRR e i quasi un miliardo di euro stanziati per l’assistenza territoriale nel 2026 verranno usati per “cucire” le due anime della regione – la metropoli complessa e la provincia rarefatta – sarà possibile ridurre quel 10,7% di cittadini che oggi rinuncia alle cure. In caso contrario, se prevarrà la logica delle “scatole vuote” o della mera spesa burocratica, le disuguaglianze territoriali rischiano di cristallizzarsi ulteriormente, lasciando indietro proprio quelle fasce di popolazione che il PNRR aveva promesso di proteggere.

Marinella D’Innocenzo,

 già Direttore Generale di ASL, Presidente Associazione “l’Altrasanità”, Roma

Marinella D’Innocenzo

26 Gennaio 2026

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