Medico o infermiere sulle ambulanze? Il nodo vero è la competenza, non la divisa

Medico o infermiere sulle ambulanze? Il nodo vero è la competenza, non la divisa

Medico o infermiere sulle ambulanze? Il nodo vero è la competenza, non la divisa

Gentile Direttore, medico o infermiere sulle ambulanze? La vera domanda è un’altra: quale livello di competenza mettiamo a bordo dei mezzi di soccorso...

Gentile Direttore,
medico o infermiere sulle ambulanze? La vera domanda è un’altra: quale livello di competenza mettiamo a bordo dei mezzi di soccorso.

Nel dibattito sul futuro del 118 si contrappongono due visioni semplicistiche: chi invoca il medico “sempre e comunque” come garanzia di sicurezza, e chi ritiene sufficienti equipaggi infermieristici ben formati, inseriti in un sistema strutturato di triage, protocolli e medicalizzazione selettiva. La letteratura internazionale, però, racconta una storia più complessa.

Le revisioni e metanalisi sui sistemi physician staffed mostrano che la presenza di medici nel preospedaliero può migliorare l’outcome in sottogruppi ben definiti: trauma maggiore e arresto cardiaco extraospedaliero (OHCA) in particolare (Knapp et al., Böttiger et al., overview di Valentin & Jensen). Il vantaggio è massimo quando il medico esegue procedure avanzate (intubazione in RSI, drenaggi toracici, sedazione, decisioni di non trasporto o di centralizzazione mirata) in pazienti ad elevata gravità.

Ma entrando nei dati emergono due elementi decisivi: il tipo di medico e le caratteristiche del sistema. Gli studi non confrontano “medici generici” con infermieri, bensì medici specialisti in Anestesia/Rianimazione o Medicina d’Emergenza, formati secondo standard europei (UEMS, EUSEM, ESAIC) con almeno 5 anni di scuola, logbook di procedure critiche e lavoro quotidiano in area intensiva. In questi contesti i tassi di successo dell’intubazione sfiorano il 99%, con oltre il 90% di successi al primo tentativo e minori complicanze.

Quando si confrontano medici non specialisti con paramedici o infermieri esperti, il quadro cambia: le performance diventano sovrapponibili, soprattutto laddove il personale non medico dispone di formazione avanzata e di protocolli strutturati. In alcuni studi paramedici e infermieri con elevata esperienza raggiungono tassi di successo globali di intubazione del 97–98%, con esiti comparabili ai medici non specialisti, pur restando inferiori agli specialisti.

Anche sul piano formativo la distanza è netta. I curricula europei di Medicina d’Emergenza (EUSEM/UEMS) e Anestesia/Rianimazione (ESAIC/UEMS) richiedono 5 anni di formazione strutturata, rotazioni obbligatorie in PS/DEA, terapia intensiva, sala operatoria e 118/HEMS, logbook, volumi minimi e valutazioni periodiche. I corsi italiani DEU/MET, pur preziosi, hanno natura diversa: poche centinaia di ore, tirocini spesso osservazionali, assenza di un tracciamento longitudinale delle competenze. Assimilarli a una scuola di specializzazione è scorretto sul piano scientifico.

La conseguenza è chiara: se decidiamo di medicalizzare diffusamente le ambulanze con medici non specialisti formati solo tramite corsi brevi, stiamo usando in modo improprio l’evidenza prodotta sui sistemi con specialisti. Non esistono dati che dimostrino che un laureato in medicina con corso DEU/MET replichi gli outcome di un emergency physician o di un anestesista-rianimatore formato secondo gli standard UEMS.

Parallelamente, i modelli internazionali mostrano che equipaggi infermieristici o paramedici avanzati, inseriti in reti strutturate e supportati da team medici specialistici dedicati ai casi più critici (HEMS, critical care teams, physician response units), garantiscono livelli elevati di sicurezza e risultati clinici allineati alle migliori esperienze.

Per il sistema 118 italiano il vero bivio non è “medico sì o no”, ma quale soglia minima di competenza, esperienza documentata e standard formativi pretendiamo da chi prende decisioni vitali sul territorio. Se vogliamo che la presenza del medico faccia davvero la differenza, dobbiamo avere il coraggio di dire che “medico” significa, nella quasi totalità degli studi, specialista in Anestesia/Rianimazione o Medicina d’Emergenza, con training strutturato e logbook di procedure critiche.

In alternativa, occorre riconoscere senza pregiudizi che modelli basati su equipaggi infermieristici avanzati, protocolli robusti e medicalizzazione selettiva non sono una scelta “al ribasso”, ma una delle configurazioni più diffuse e solide a livello internazionale.

Ridurre il confronto a uno scontro ideologico tra categorie rischia di allontanarci dall’unica domanda che conta davvero per il cittadino è “chi sale sull’ambulanza che verrà a soccorresmi sarà in grado, in quel momento, di eseguire in sicurezza le procedure che possono cambiare il mio esito?”

Dott. Nicola Bortoli
Direttore Comitato Scientifico
AIES – Accademia Italiana Emergenza Sanitaria

Nicola Bortoli

02 Dicembre 2025

© Riproduzione riservata

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