Gentile Direttore, le notizie di questi giorni offrono un quadro chiaro e, per certi versi, preoccupante: le malattie infettive stanno attualmente circolando con modalità e tempistiche che impongono analisi e riflessioni approfondite.
L’aumento dei casi di epatite A nella città di Napoli, che ha indotto il Sindaco, in qualità di autorità sanitaria locale, ad emanare una specifica ordinanza, l’outbreak di meningite nel Regno Unito con conseguenze gravi tra i più giovani ed il focolaio di pertosse registrato tra i giocatori del Sassuolo – con un caso confermato e più atleti sintomatici – dimostra quanto rapidamente un’infezione altamente contagiosa possa diffondersi anche tra adulti sani e in contesti controllati.
Ancora una volta, le malattie infettive si impongono all’attenzione dei media, spesso generando una percezione di allarme non sempre proporzionata alla reale dimensione del rischio. Tuttavia, sarebbe un errore liquidare questi episodi come semplici amplificazioni mediatiche. Essi costituiscono piuttosto indicatori sensibili di fragilità nei sistemi di prevenzione, che meritano un’analisi attenta e una risposta coerente.
Il caso dell’epatite A a Napoli è emblematico. Si tratta di una patologia ben conosciuta e prevenibile, sia attraverso la vaccinazione sia mediante corrette pratiche igienico-sanitarie. L’incremento dei casi, per alcuni versi inatteso, ha reso necessarie misure immediate: limitazioni al consumo di alimenti a rischio, rafforzamento dei controlli lungo la filiera alimentare, intensificazione della sorveglianza e raccomandazioni vaccinali. Interventi appropriati, ma che intervengono quando il problema è già emerso. È proprio questa la questione centrale: la prevenzione non può essere solo reattiva.
Analogamente, il focolaio di pertosse in un gruppo di atleti professionisti evidenzia come anche popolazioni giovani, sane e sottoposte a controlli regolari possano diventare vulnerabili in assenza di adeguati richiami vaccinali. La perdita nel tempo della protezione immunitaria è un dato noto, così come la necessità di strategie vaccinali lungo tutto l’arco della vita. Eppure, questo principio fatica ancora a tradursi in pratica diffusa.
L’outbreak di meningite nel Regno Unito, con decessi tra giovani e l’attivazione urgente di campagne vaccinali, conferma ulteriormente quanto rapidamente infezioni gravi possano riemergere anche in contesti sanitari avanzati. Anche in questo caso, la disponibilità di strumenti efficaci di prevenzione, in primis i vaccini, rende questi eventi non imprevedibili, ma, almeno in parte, evitabili. Non siamo dunque di fronte a eventi inattesi ed imprevedibili, ma a esitazioni.
Mentre si discute sull’opportunità di investire in nuovi programmi vaccinali – come nel caso della prevenzione dell’RSV negli anziani e nei soggetti fragili – i patogeni continuano a sfruttare ogni spazio lasciato libero. La prevenzione non può essere intermittente né oggetto di indecisioni prolungate: ogni ritardo si traduce in un’opportunità per la diffusione delle infezioni. E ogni caso evitabile rappresenta una responsabilità collettiva.
In questo scenario, assume un valore strategico il ruolo della sorveglianza delle malattie infettive e delle attività di epidemic intelligence. Individuare precocemente i segnali di allarme, interpretarli correttamente e attivare risposte tempestive rappresenta il cuore della Sanità pubblica moderna. Fondamentale, in questo contesto, è il contributo della rete dei Dipartimenti di Prevenzione, che costituisce l’infrastruttura operativa su cui si regge l’intero sistema di sorveglianza. Attraverso la gestione dei flussi informativi derivanti dalla notifica delle malattie infettive, i Dipartimenti garantiscono dati tempestivi e affidabili. Mediante le indagini epidemiologiche, ricostruiscono le catene di trasmissione e identificano i fattori di rischio. E soprattutto, attraverso un’azione immediata sul territorio, attuano le misure di contenimento necessarie: profilassi dei contatti, interventi vaccinali mirati, controlli ambientali e alimentari, comunicazione del rischio. È questa capacità di trasformare rapidamente l’informazione in azione che consente di contenere gli eventi prima che si amplifichino. Ed è su questa capacità che occorre continuare a investire.
Le misure richiamate dalle autorità sanitarie – dall’igiene delle mani alla sicurezza alimentare, fino alla vaccinazione – non devono essere percepite come risposte emergenziali, ma come elementi strutturali di una cultura diffusa della prevenzione. Devono diventare patrimonio comune, stabile e condiviso.
Come comunità scientifica e come sistema sanitario, abbiamo la responsabilità di mantenere alta l’attenzione senza cedere all’allarmismo, ma anche senza indulgere in pericolose sottovalutazioni. La comunicazione del rischio deve essere rigorosa, equilibrata e orientata all’azione.
Le malattie infettive continueranno a rappresentare una sfida costante. Ma la loro gestione efficace dipende da una scelta chiara: investire con continuità nella prevenzione, rafforzare la sorveglianza e valorizzare il ruolo dei servizi territoriali. Perché, oggi più che mai, è evidente: quando la prevenzione è in ritardo, le infezioni arrivano in anticipo.
Dr. Enrico Di Rosa
Presidente della Società Italiana d’Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI)