Gentile Direttore,
nel panorama socio-sanitario italiano, la voce del privato non profit si alza sempre più chiaramente: chi opera nel terzo settore avverte di essere spesso ignorato, nonostante il ruolo fondamentale svolto nell’accompagnare le fragilità. Una percezione che emerge con forza proprio mentre il sistema di welfare mostra segnali evidenti di affaticamento.
Per comprendere appieno la portata di questo malessere è necessario confrontare il modello non profit con quello del privato profit, due realtà che condividono alcuni strumenti organizzativi ma che nascono da finalità profondamente diverse.
Missione e finalità: due visioni divergenti
Il privato profit opera secondo una logica di mercato: la sostenibilità economica è il cardine e l’obiettivo primario è generare utili. Ciò non significa assenza di qualità; al contrario, molte strutture profit hanno investito in innovazione, tecnologia e servizi avanzati. Tuttavia, le scelte strategiche sono inevitabilmente orientate dalla redditività.
Il terzo settore, invece, nasce da una missione sociale: reinvestire eventuali utili nella comunità, sostenere la fragilità, garantire servizi che non sempre sono “convenienti” dal punto di vista economico. Qui il valore non è misurato solo dalle performance economiche, ma dalla capacità di costruire prossimità, relazione, continuità umana.
Accesso ai servizi e selezione della domanda
Una delle differenze più evidenti riguarda l’accesso.
Il modello profit tende per sua natura a privilegiare ambiti dove la domanda è solvibile e dove i margini di sostenibilità sono più garantiti. Non è una scelta etica, ma strutturale.
Il non profit, al contrario, è spesso il primo presidio per persone con minori risorse economiche, per anziani non autosufficienti, per malati cronici complessi, per chi ha bisogno di accompagnamento continuativo. Qui la logica non è selettiva: è inclusiva.
Ed è proprio questa vocazione all’universalità che lo rende più esposto, soprattutto quando i fondi pubblici non sono adeguati.
La gestione della cura: tecnica contro relazione?
Il sistema profit, forte di investimenti e tecnologie, tende a valorizzare protocolli, efficienza, misurabilità. È un modello orientato al risultato clinico.
Il terzo settore, pur adottando gli stessi standard, pone al centro un’ulteriore dimensione: la relazione.
Il rischio sempre più evidente è che l’eccessiva tecnicizzazione della cura, spinta dall’efficienza, finisca per marginalizzare proprio ciò che rende un servizio umano: il prendersi carico della persona anche quando la guarigione non è possibile.
È in questo solco che si inserisce anche il tema delle cure palliative, ancora oggi garantite in modo disomogeneo: un ambito in cui il non profit svolge un ruolo imprescindibile grazie a competenze maturate sul campo, mentre il settore profit mostra un crescente interesse a intervenire, spesso più spinto da logiche economiche che da una reale esperienza specifica.
Sostenibilità economica e impatto sociale
Il profit si mantiene forte nella capacità di attrarre investimenti e innovare rapidamente.
Il non profit, invece, mantiene una forza opposta e complementare: la capacità di generare impatto sociale, di creare comunità, di leggere i bisogni prima che diventino emergenze.
Ma quando le istituzioni non riconoscono pienamente questo valore, il non profit rischia di essere schiacciato tra burocrazia, tariffe insufficienti e un sistema che premia chi performa economicamente, non necessariamente chi cura meglio dal punto di vista umano.
Non due mondi in contrapposizione, ma due mondi da integrare
La contrapposizione tra profit e non profit è sterile.
Entrambi i modelli portano competenze indispensabili.
Il tema vero è l’equilibrio: riconoscere che il profit può essere motore di innovazione tecnica, ma che il terzo settore è garante della tenuta sociale, della cura delle fragilità, dell’universalità dell’accesso.
Il futuro del welfare non può prescindere da questa integrazione.
Un sistema che ignora il valore del non profit si espone al rischio di lasciare indietro proprio chi ha meno voce: le persone fragili, i malati cronici, gli anziani, le famiglie in difficoltà.
Un welfare che invece riconosce e sostiene il terzo settore diventa un welfare capace di guardare lontano, di curare davvero, di costruire comunità.
La sfida dei prossimi anni sarà proprio questa: far dialogare due modelli diversi, valorizzando ciò che ciascuno può offrire. Un compito che richiede visione, responsabilità e un ascolto nuovo, finalmente concreto.
Dr. Giorgio Trizzino
Direttore Sanitario Samot