Gentile Direttore,
le riflessioni del segretario generale Fimmg, Silvestro Scotti, pubblicate il 31 ottobre su QS, affrontano un tema reale: la difficoltà di attrarre i giovani medici verso la medicina del territorio. Tuttavia, occorre chiarire che non è corretto affermare che la Scuola di Specializzazione in Medicina di Comunità e delle Cure Primarie (Ssmccp) sia “poco attrattiva”, anche se forma “i futuri medici di medicina generale”.
Questa infatti è una pura strumentalizzazione, perché si omette un dato fondamentale: pur essendo vero che la Ssmccp forma i futuri “medici di medicina generale” del Servizio Sanitario Nazionale (come previsto dal decreto MURST del 1996 e dal DIM 68/2015 e in linea con la Direttiva 2005/36/CE, articolo 28, comma 3 e comma 5), la normativa vigente non consente ancora a questi specialisti di esercitare la medicina generale nell’ambito dell’assistenza primaria, con possibilità di scelta da parte del cittadino.
Non è quindi un problema di scarsa attrattività, ma di mancata coerenza normativa, che impedisce al sistema di valorizzare una formazione universitaria di altissimo livello, pienamente coerente e in linea con la riforma dell’assistenza territoriale prevista dal DM 77/2022.
Attribuire la disaffezione dei giovani alla Ssmccp significa spostare l’attenzione dal vero problema, un modello di esercizio della medicina generale che non risponde più ai bisogni professionali delle nuove generazioni e organizzativi del SSN. I giovani medici non rifiutano la medicina del territorio ma chiedono di poterla esercitare in modo moderno, strutturato, specialistico e riconosciuto, dentro un contesto professionale che valorizzi appieno le loro competenze. La vera esigenza è quindi quella di professionalizzare la medicina generale attraverso una formazione specialistica universitaria, superando un impianto normativo che oggi continua a trattarla come un’eccezione rispetto a tutte le altre discipline mediche.
Solo quando questa incoerenza sarà superata sarà possibile valutare in modo onesto l’attrattività della Ssmccp. Oggi, infatti, molti giovani medici scelgono di non iscriversi non per mancanza di interesse o motivazione, ma perché sono consapevoli che la normativa vigente non consentirebbe loro di esercitare come medici di assistenza primaria, ruolo tuttora riservato ai diplomati del Corso di Formazione Specifica in Medicina Generale (Cfsmg). Si tratta, dunque, di una distorsione normativa, non di una crisi vocazionale.
Usare i dati degli iscritti alla Ssmccp per dimostrare una presunta crisi della medicina generale significa delegittimare ingiustamente un percorso formativo che rappresenta la vera opportunità di rilancio della medicina territoriale.
Le Ssmccp sono nate per formare una nuova generazione di medici del territorio, capaci di integrare competenze cliniche, organizzative, di lavorare in équipe e di partecipare alla governance dei percorsi assistenziali. È questa la direzione indicata dal DM 77/2022 e dal PNRR, una medicina di prossimità fondata sulla professionalità e sull’integrazione inter- multiprofessionale per creare valore.
Rendere coerente la normativa, come da diversi anni abbiamo chiesto al Ministero della Salute, non è solo un atto di giustizia verso i giovani medici, ma una scelta strategica per la sostenibilità del nostro SSN.
Come società Scientifica riteniamo che il futuro della medicina territoriale non si costruisca invocando “più autonomia” ma valorizzando professionalmente la futura classe dirigente della medicina territoriale, attraverso un profondo ripensamento del modo di lavorare e ampliando le competenze, in una logica sistemica di équipe, di prossimità e di responsabilità condivisa con tutti gli attori delle cure primarie migliorando presa in carico e continuità assistenziale.
Fabio Pignatti
Presidente Ssmccp (Società Italiana di Medicina di Comunità e delle Cure Primarie)