Gentile Direttore,
nel panorama della formazione sanitaria, le Scuole e le Accademie di osteopatia in Italia rappresentano ormai una realtà consolidata, caratterizzata da standard qualitativi elevati e da un approccio didattico centrato sulla pratica clinica, l’interdisciplinarità e i principi fondanti della filosofia osteopatica. Per questo motivo, molte voci autorevoli nel mondo accademico e professionale ritengono che le università italiane dovrebbero guardare con maggiore attenzione a questo patrimonio formativo, già ampiamente sviluppato dalle realtà private e accademie esistenti.
L’esperienza maturata nel tempo da queste scuole – spesso in collaborazione con strutture sanitarie, docenti internazionali e professionisti del settore – ha portato alla costruzione di percorsi formativi profondamente incentrati sulla clinica, sulla manualità e sull’approccio globale alla persona. Tuttavia, il piano formativo proposto dalle università appare oggi molto diverso, sia nella struttura che nei contenuti, rispetto a quello delle scuole storiche.
Il rischio concreto, secondo molti esperti, è che dei principi filosofici e medici dell’osteopatia – come siamo stati abituati a conoscerli in Italia – rimanga ben poco. Si teme la nascita di una figura “ibrida”, a metà tra fisioterapista, chinesiologo ed esperto di management sanitario, che potrebbe snaturare l’identità stessa dell’osteopata.
In questo contesto, una possibile via d’uscita sarebbe che le università italiane trovassero il coraggio di attivare vere partnership con le realtà già esistenti in ambito osteopatico, valorizzando competenze e modelli formativi consolidati.
Un’altra proposta, più innovativa e a costo zero per le casse pubbliche, consisterebbe nell’introdurre una fase transitoria: le scuole e le accademie riconosciute potrebbero continuare a immatricolare un numero limitato di studenti, fino a quando ogni regione italiana non sarà coperta da almeno un corso universitario in osteopatia. Una scelta di buon senso che risponderebbe anche al tema del diritto allo studio, evitando il rischio di una “migrazione formativa” verso le poche sedi attivate o verso l’estero.
Rimane poi una questione aperta: chi insegnerà nei futuri corsi universitari di osteopatia? Le cinque facoltà che hanno manifestato l’intenzione di attivare i corsi si trovano ora di fronte alla complessa sfida di selezionare docenti realmente qualificati. Ma ad oggi manca un Albo ufficiale degli osteopati, elemento essenziale per definire i requisiti minimi di accesso all’insegnamento. Senza questo strumento, i bandi di concorso rischiano di essere opachi e disomogenei, e nemmeno il possesso di una laurea sanitaria – pur affiancato alla formazione osteopatica – rappresenta una garanzia: potrebbe infatti generare ulteriori disparità, entrando in conflitto con l’art. 7, comma 4, della legge 3/2018, che riconosce l’autonomia della professione osteopatica.
Inoltre, non è ancora stato reso noto il numero effettivo di posti disponibili per il nuovo anno accademico 2025/26. Quanti studenti potranno realmente immatricolarsi? Il dato non è pubblico, e l’assenza di una programmazione chiara complica ulteriormente un avvio già carico di incertezze.
Insomma, i nodi da sciogliere sono ancora molti, ma le proposte sul tavolo non mancano. Quel che manca, semmai, è il dialogo tra le parti e il coraggio istituzionale di innovare un sistema che, nella sua complessità, appare oggi fragile e poco lungimirante.
Francesco Manti
Presidente A.N.P.O. – Associazione Nazionale Professionisti Osteopati e dell’Accademia di Medicina Osteopatica “Alessandro IV”