Gentile Direttore,
nel dibattito sull’accesso agli studi di medicina c’è un rischio che dobbiamo evitare: ridurre tutto a una questione di numeri. Certo, il Paese ha bisogno di più medici. Ma la vera domanda non è soltanto quanti medici formare. È soprattutto quale qualità di medici vogliamo formare per la sanità dei prossimi decenni.
Per capire il senso delle riforme in corso, è utile ricordare com’era l’università non molti anni fa. Quando l’accesso alle facoltà di medicina era completamente libero e privo di programmazione, la qualità della formazione dipendeva in larga misura dall’iniziativa e dall’intraprendenza del singolo studente. Chi era più motivato cercava di frequentare i reparti, affiancare i medici, costruirsi un percorso clinico reale. Ma non era raro che uno studente potesse arrivare alla laurea senza aver mai realmente seguito un paziente o partecipato in modo diretto alla vita di un reparto.
Tuttavia, sarebbe un errore pensare che la riforma possa esaurirsi in un semplice aumento dei numeri. La vera sfida è un’altra: formare più medici senza rinunciare alla qualità della loro preparazione.
La medicina di oggi richiede professionisti sempre più competenti, capaci di integrare conoscenze scientifiche avanzate, tecnologie innovative e capacità cliniche maturate attraverso l’esperienza diretta. Per questo motivo l’ampliamento degli accessi deve necessariamente accompagnarsi a un rafforzamento della rete formativa.
Ciò significa innanzitutto investire nel capitale umano delle università: ampliare e qualificare il corpo docente, valorizzare il ruolo dei tutor clinici e garantire agli studenti un accompagnamento didattico adeguato lungo tutto il percorso formativo. Ma la formazione medica non si costruisce soltanto nelle aule universitarie. La medicina si apprende, da sempre, anche al letto del malato.
Il contatto diretto con i pazienti, la partecipazione alla vita dei reparti, l’osservazione del ragionamento clinico dei medici più esperti rappresentano momenti insostituibili nella crescita professionale degli studenti.
Per questo motivo è fondamentale che le università rafforzino ulteriormente la loro collaborazione con gli ospedali e con l’intero sistema sanitario. Una riforma efficace deve fondarsi su una rete ampia e qualificata di strutture assistenziali in grado di accogliere gli studenti e di offrire loro esperienze cliniche autentiche e progressivamente più responsabilizzanti.
In questo processo il contributo delle università non statali rappresenta una risorsa importante per il Paese. Gli atenei non statali di qualità, fortemente integrati con strutture ospedaliere di eccellenza, hanno dimostrato negli anni di poter trasferire ingenti risorse private al servizio della formazione medica e, quindi, della sanità pubblica.
Oggi uno scenario del genere non è più concepibile. La laurea in medicina è diventata una laurea abilitante e questo comporta una responsabilità molto più chiara per le università: garantire che ogni laureato possieda competenze cliniche reali e verificabili. Non è soltanto una questione di regole accademiche.
È la medicina contemporanea — con il suo livello di complessità scientifica e tecnologica— a renderlo inevitabile.
Per questo motivo può talvolta apparire che l’insegnamento della medicina sia diventato più esigente e che alcuni docenti siano più rigorosi nel valutare la preparazione degli studenti. Ma non si tratta di severità fine a se stessa.
Il fine ultimo è uno soltanto: la tutela della salute dei pazienti. Ogni medico che entra nel sistema sanitario deve essere realmente preparato ad affrontare le responsabilità che la medicina moderna richiede.
È in questo contesto che va letta la scelta di aumentare il numero degli studenti ammessi ai corsi di laurea in medicina. Il nostro Paese si confronta con una carenza strutturale di medici che nei prossimi anni rischia di mettere sotto pressione il sistema sanitario.
Ampliare l’accesso alla formazione medica è dunque una risposta necessaria e responsabile.
Se sapremo tenere insieme questi due obiettivi — più accesso e più qualità — la riforma potrà rappresentare una grande opportunità per il Paese.
Perché nella formazione medica non conta soltanto quanti camici bianchi riusciremo a laureare. Conta soprattutto la qualità della responsabilità che affideremo loro: quella di prendersi cura della salute delle persone. E su questo, università e sistema sanitario non possono permettersi compromessi.
È anche in questa prospettiva che si colloca il disegno di legge recentemente presentato alla Camera, frutto di un lavoro di confronto tra le università non statali che ha visto i rettori coordinarsi per offrire un contributo costruttivo alla riforma. Un lavoro che, per la parte accademica, ha visto il coordinamento dello scrivente, con l’obiettivo di valorizzare una visione chiara: università statali e non statali non sono sistemi contrapposti, ma realtà che devono funzionare come vasi comunicanti, capaci di rafforzarsi reciprocamente per rispondere a un’unica esigenza nazionale.
Accanto alla dimensione clinica tradizionale della formazione, è altrettanto necessario sviluppare con decisione le metodologie didattiche più innovative. I centri di simulazione avanzata, le tecnologie di realtà aumentata e virtuale, gli strumenti digitali per l’apprendimento clinico rappresentano oggi un complemento fondamentale nella preparazione dei futuri medici.
In altre parole, l’aumento dei posti in medicina deve andare di pari passo con un investimento nella qualità della rete formativa: università, ospedali, docenti, tutor infrastrutture didattiche e tecnologiche.
Enrico Gherlone
Magnifico Rettore dell’Università Vita-Salute San Raffaele