Gentile Direttore,
ho letto con attenzione l’intervento della dottoressa Donatella Bonaiuti, Vice Segretario nazionale dell’Associazione Nazionale Fisiatri, sul tema della riforma delle professioni sanitarie e sulla necessità di innovare senza confondere i ruoli.
Condivido un principio fondamentale: la qualità delle cure, la sicurezza dei pazienti e la chiarezza delle responsabilità devono rappresentare il punto di partenza di qualsiasi riforma.
Ma ritengo necessario aggiungere una considerazione che, troppo spesso, viene dimenticata quando si discute dell’evoluzione delle professioni sanitarie: non possiamo continuare a parlare di nuove competenze, maggiore autonomia e ulteriori responsabilità senza affrontare il tema della loro valorizzazione economica.
Il disegno di legge A.C. 2700-A rappresenta un’occasione importante per modernizzare il Servizio sanitario nazionale, tuttavia, questa riforma non deve trasformarsi nell’ennesima operazione attraverso la quale si chiede ai professionisti sanitari di fare di più, assumersi maggiori responsabilità e garantire prestazioni sempre più complesse, continuando a percepire sostanzialmente le stesse retribuzioni.
Le competenze non possono crescere soltanto sulla carta, ma devono crescere anche in busta paga.
Ritengo respingere qualsiasi visione della sanità fondata su gerarchie professionali che non trovino giustificazione nelle effettive competenze e responsabilità.
Medici, infermieri, fisioterapisti, tecnici sanitari di radiologia medica, tecnici di laboratorio biomedico, dietisti, logopedisti, tecnici della prevenzione e tutti gli altri professionisti sanitari contribuiscono, ciascuno nel proprio ambito, alla qualità delle prestazioni e alla sicurezza dei cittadini e non si intende sostituire impropriamente una professione con un’altra.
Ma è altrettanto sbagliato pensare che l’autonomia delle professioni sanitarie debba essere continuamente subordinata a modelli organizzativi che non tengono sufficientemente conto dell’evoluzione universitaria, scientifica e normativa degli ultimi trent’anni.
La legge n. 42 del 1999, la legge n. 251 del 2000 e la legge n. 43 del 2006 hanno contribuito a costruire un sistema fondato sulla professionalità, sull’autonomia e sulla responsabilità e non possiamo ignorare questo percorso.
La collaborazione multidisciplinare non significa subordinazione professionale, ma integrazione tra competenze differenti, nel rispetto delle rispettive responsabilità.
Se per i dirigenti medici le responsabilità hanno un valore economico, perché non deve essere così anche per le professioni sanitarie?
Nel sistema contrattuale della dirigenza medica e sanitaria esistono istituti economici collegati agli incarichi, alla posizione ricoperta, alla responsabilità e ai risultati, si tratta di un sistema strutturato di valorizzazione professionale ed economica, quindi perché non prevedere un percorso altrettanto chiaro e adeguatamente finanziato per i professionisti sanitari del comparto?
Chiediamo l’applicazione di un principio di equità: quando una professione acquisisce nuove competenze, quando aumenta la complessità delle prestazioni e quando vengono attribuite ulteriori responsabilità, deve essere previsto un corrispondente riconoscimento economico.
Un fisioterapista che acquisisce competenze specialistiche avanzate, un tecnico di radiologia che assume nuove responsabilità tecnologiche e professionali, un tecnico di laboratorio che opera in processi diagnostici sempre più complessi, un infermiere specialista o un tecnico della prevenzione con funzioni avanzate non possono vedere riconosciuta la propria crescita soltanto attraverso nuovi obblighi e maggiori carichi di lavoro.
Le competenze avanzate devono trovare corrispondenza negli incarichi professionali, nelle progressioni di carriera e negli istituti retributivi previsti dalla contrattazione collettiva, altrimenti non stiamo valorizzando i professionisti, ma stiamo semplicemente aumentando il lavoro e le responsabilità senza pagarli adeguatamente.
Il rischio della riforma a costo zero
Il disegno di legge A.C. 2700-A contiene un’altra contraddizione che il SIAPS ha già evidenziato nella propria analisi tecnica.
Si parla di nuove competenze, certificazioni, formazione, innovazione e sviluppo professionale, ma l’articolo 10 prevede una clausola di invarianza finanziaria.
È legittimo quindi chiedersi come si intenda realizzare una valorizzazione effettiva senza individuare risorse economiche aggiuntive per le misure che le richiedono.
La politica non può continuare a riconoscere l’importanza delle professioni sanitarie nei documenti legislativi e dimenticarne il valore quando si tratta di finanziare gli strumenti necessari.
Chiediamo coerenza.
Se il legislatore ritiene necessario attribuire nuove competenze, deve anche creare le condizioni affinché queste siano riconosciute economicamente attraverso la contrattazione.
La qualità delle cure non si tutela limitando l’autonomia professionale
Condivido la preoccupazione sulla necessità di evitare sovrapposizioni improprie, ma la risposta non può essere quella di congelare le competenze professionali esistenti.
La medicina, la riabilitazione, la diagnostica e la prevenzione sono profondamente cambiate.
Sono cambiate le tecnologie, le conoscenze scientifiche, la formazione universitaria e le esigenze dei cittadini, è quindi naturale che evolvano anche le competenze delle professioni sanitarie.
Occorrono norme chiare, percorsi formativi verificabili, responsabilità definite e strumenti di collaborazione, non servono contrapposizioni tra professioni, né nuove forme di subordinazione mascherate da esigenze organizzative.
Un fisiatra deve poter esercitare pienamente le proprie competenze mediche specialistiche, così come un fisioterapista deve poter esercitare pienamente la propria autonomia professionale, nei limiti stabiliti dall’ordinamento.
La sicurezza del paziente si costruisce valorizzando entrambe le professionalità, non comprimendo quella dell’una per tutelare quella dell’altra.
La proposta del SIAPS: nuove competenze, nuovi incarichi, nuove retribuzioni
Proponiamo che la riforma delle professioni sanitarie venga accompagnata da un intervento organico sulla valorizzazione contrattuale e chiediamo che le competenze avanzate e certificate possano essere riconosciute attraverso incarichi professionali specifici, progressioni di carriera e trattamenti economici adeguati.
Chiediamo inoltre l’apertura di un confronto sulla costituzione di una specifica Area contrattuale dei Professionisti della Salute, nella quale le peculiarità delle professioni sanitarie possano trovare una rappresentazione più coerente con la formazione universitaria, l’autonomia e le responsabilità esercitate.
È una proposta che nasce dalla necessità di superare un modello che troppo spesso riconosce formalmente la crescita professionale senza accompagnarla con una crescita economica proporzionata.
Basta nuove responsabilità a costo zero
Riteniamo che la riforma debba essere un’occasione di crescita per tutte le professioni sanitarie e non un terreno di scontro tra categorie.
Ai medici chiediamo collaborazione e rispetto reciproco, alla politica chiarezza normativa e risorse, perché la qualità delle cure deve certamente guidare la riforma, ma quella qualità dipende anche dalla motivazione, dalle condizioni di lavoro e dal riconoscimento economico dei professionisti che ogni giorno la garantiscono.
Non è più accettabile che a ogni riforma aumentino le competenze, le responsabilità e gli obblighi dei professionisti sanitari, mentre gli stipendi restano sostanzialmente fermi.
Se una nuova competenza vale per migliorare il Servizio sanitario nazionale, deve valere anche quando si apre la busta paga di chi quella competenza la esercita.
Questo è il principio che il SIAPS chiede al Parlamento di introdurre nella riforma, perché il rispetto professionale non si misura soltanto con le parole o con il riconoscimento formale dell’autonomia. Si misura anche attraverso il valore economico attribuito al lavoro.
Dott. Michele Placentino
Segretario Generale SIAPS
Sindacato Italiano Autonomo Professioni Sanitarie