Professionisti sanitari in deroga o “a consumo”? Il tassello mancante per governare l’inserimento dall’estero

Professionisti sanitari in deroga o “a consumo”? Il tassello mancante per governare l’inserimento dall’estero

Professionisti sanitari in deroga o “a consumo”? Il tassello mancante per governare l’inserimento dall’estero

Gentile Direttore, la discussione sul futuro dei professionisti sanitari con titolo conseguito all’estero e impiegati in deroga merita una riflessione ampia e non polarizzata 

Gentile Direttore, la discussione sul futuro dei professionisti sanitari con titolo conseguito all’estero e impiegati in deroga merita una riflessione ampia e non polarizzata. Negli ultimi anni questi operatori hanno garantito continuità assistenziale in un contesto di cronica difficoltà di reclutamento, evidenziando al tempo stesso fragilità strutturali del sistema sanitario che, con l’emergenza pandemica alle spalle, non possono più essere ignorate.

La deroga introdotta nel 2020 con il decreto “Cura Italia” nacque come misura eccezionale e temporanea, ma è stata prorogata più volte fino al 31 dicembre 2027. Nel frattempo, il necessario Accordo Stato-Regioni – indispensabile per trasformare un regime emergenziale in un sistema stabile e verificabile – non è stato adottato. Il risultato è una lunga fase transitoria in cui il personale formato all’estero opera senza pieno riconoscimento, in un quadro normativo incompleto e disomogeneo tra le Regioni.

Il dibattito, riacceso dai recenti casi di cronaca, ha evidenziato posizioni molto diverse: dagli Ordini che chiedono l’abolizione immediata della deroga, al settore privato che ne rivendica la necessità per far fronte alla carenza strutturale di personale in un contesto di contratti non rinnovati da anni e poco attrattivi; fino ai sindacati che, pur denunciando criticità contrattuali e di tutela, chiedono una riforma più rigorosa e trasparente. Un punto accomuna quasi tutti: l’attuale assetto non poteva e non può essere mantenuto così com’è.

Sul piano operativo emergono luci e ombre. La deroga ha garantito continuità ai servizi, compensando i tempi spesso lunghi del riconoscimento dei titoli esteri. Tuttavia, l’assenza di un impianto definitivo ha generato applicazioni disomogenee, con criticità nella supervisione, nella verifica delle competenze e nella governance dei percorsi assistenziali. A ciò si aggiungono le difficoltà vissute dai professionisti: contributi previdenziali frammentati; coperture assicurative non omogenee; limitazioni nell’accesso all’ECM; una condizione lavorativa instabile e priva di prospettive chiare. Molti riferiscono un vissuto di precarietà e di “identità sospesa”: presenti nei servizi ma non pienamente riconosciuti sul piano formale, in attesa di decisioni normative che tardano ad arrivare. Una condizione logorante, che alimenta insicurezza e favorisce turnover precoce.

Non va sottovalutato l’impatto sui pazienti. Un sistema fondato su personale transitorio, con turnover elevato, percorsi formativi non uniformi e livelli di supervisione variabili comporta difficoltà nella sicurezza, nella continuità assistenziale e nella stabilità delle équipe. La qualità delle cure dipende infatti anche dalla solidità del sistema che accoglie e supporta i professionisti. In assenza di una cornice strutturale, si rischia di consolidare un modello di “personale straniero a consumo”: operatori temporanei, poco integrati e privi di prospettive di riconoscimento, facilmente sostituibili e senza tutele piene. È un modello che penalizza i professionisti, non tutela i pazienti e riduce l’attrattività internazionale dell’Italia, con il rischio di perdere proprio i profili più qualificati a favore di Paesi con procedure più rapide e prevedibili.

Per queste ragioni è fondamentale che tutti gli attori coinvolti – Ordini professionali, associazioni, sindacati e rappresentanze dei lavoratori – agiscano in modo concertato per ottenere un riordino della deroga emergenziale. La bozza di Accordo Stato-Regioni, che prevedeva albi temporanei e percorsi regolati di inserimento, rappresentava un primo passo, ma è rimasta sospesa.

Nel frattempo, molte Regioni applicano la norma attraverso meccanismi che scaricano la responsabilità sul datore di lavoro e lasciano il professionista senza tutele effettive: obblighi formativi incerti, garanzie assicurative variabili, assenza di presidi disciplinari e, per i liberi professionisti, impossibilità di accedere alla previdenza di categoria. La deontologia finisce così subordinata all’etica del datore di lavoro.

In un contesto in cui il reclutamento dall’estero è diventato indispensabile, emergono tutti i limiti di una norma che consente l’esercizio temporaneo fino al 2027 senza definire modalità operative, linguistiche e formali dell’inserimento. Non si tratta di rallentare il reclutamento, ma di regolarizzarlo con urgenza: senza un quadro stabile si privano i servizi degli strumenti essenziali per garantire sicurezza e qualità e si lascia il personale in una condizione di vulnerabilità contrattuale e professionale.

La certezza normativa è quindi un requisito imprescindibile: per tutelare i cittadini, garantire serenità agli operatori e trasformare il ricorso al personale straniero da risposta emergenziale a percorso strutturato e sostenibile. L’adozione dell’Intesa Stato-Regioni resta lo strumento più credibile per dare coerenza e trasparenza a un sistema che non può più permettersi ambiguità.

Dott. Francesco Barbero,

Infermiere

Francesco Barbero

12 Dicembre 2025

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