Gentile Direttore,
i recenti fatti di cronaca che hanno coinvolto l’Ospedale San Raffaele di Milano rappresentano l’ennesima cartina di tornasole di qualcosa che, nel nostro sistema sanitario, non funziona più. Ridurre quanto accaduto a un singolo episodio o a una sola categoria di responsabilità sarebbe non solo semplicistico, ma pericoloso, perché rischia di oscurare nodi strutturali che questa vicenda rende oggi evidenti.
Il primo nodo riguarda un sistema che continua ad ammettere deroghe: professionisti inseriti senza una valutazione rigorosa delle competenze, senza un’adeguata certificazione linguistica, laddove necessaria, senza percorsi strutturati di inserimento e, talvolta, senza una piena e chiara cornice ordinistica. Ci riferiamo alla normativa attualmente in vigore, che fino al 2027 consente l’assunzione in deroga di professionisti formati all’estero: una scelta che, di fatto, esclude gli Ordini professionali dai processi di verifica dei requisiti e di iscrizione. Questo crea una zona grigia pericolosissima che espone ulteriormente il sistema a criticità rilevanti.
Spostare l’attenzione esclusivamente sull’origine geografica dei professionisti significa però eludere il cuore del problema e colpire indirettamente anche i molti infermieri italiani che oggi lavorano all’estero. La differenza, semmai, non sta nella provenienza, ma nei processi: al di fuori dei confini nazionali, l’inserimento professionale avviene attraverso sistemi di riconoscimento, supervisione e valutazione progressiva delle competenze, chiari e codificati. Il focus dovrebbe dunque spostarsi con decisione sulle regole che certificano competenze, titoli, capacità linguistiche e modalità di inserimento nella professione e nell’organizzazione. Senza questo passaggio, tutto il resto resta rumore di fondo.
Un secondo nodo, tutt’altro che marginale, riguarda la competenza linguistica e comunicativa, troppo spesso trattata come un requisito formale nei percorsi di inserimento dei professionisti stranieri. La lingua non è solo uno strumento tecnico: attraversa il modo di intendere la cura, la salute, la malattia, il corpo e il dolore. È una competenza clinica e relazionale a tutti gli effetti. Sottovalutarla significa esporre la sicurezza delle persone assistite a rischi concreti.
A questo si aggiunge l’assenza di percorsi strutturati di tutoraggio, supervisione e inserimento professionale. La letteratura scientifica è chiara da anni: accompagnamento graduale, verifica progressiva delle competenze e responsabilizzazione sono condizioni essenziali per esercitare una professione complessa come quella infermieristica. La distanza tra ciò che sappiamo essere necessario e ciò che accade nella pratica quotidiana è ormai evidente.
Questa vicenda, però, non parla solo di singoli professionisti inseriti in modo inadeguato. Parla di un modello di sistema sanitario sempre più orientato esclusivamente a logiche di produttività, a obiettivi di brevissimo termine e a criteri prevalentemente economici, che misurano il valore dei professionisti sulla capacità di coprire turni e garantire numeri, più che sulla competenza e sulla qualità dell’assistenza. In questo schema implicito, il principio diventa “uno vale uno”, se non peggio “uno vale l’altro”, con effetti potenzialmente gravi sulla sicurezza dei pazienti, sulla qualità della cura e sulla dignità delle professioni sanitarie, nonché su quella delle persone malate e dei loro familiari.
Questa vicenda, infatti, racconta anche di una catena produttiva in cui vengono inseriti lavoratori intercambiabili. Ma l’infermiere non è un prestatore d’opera. È un professionista che risponde civilmente, penalmente e deontologicamente delle proprie azioni. D’altra parte, va considerato che le responsabilità organizzative sono enormi, così come quelle professionali e individuali: un sistema che non supervisiona, non accompagna e non responsabilizza trasforma inevitabilmente le persone in ingranaggi, non in professionisti consapevoli.
Occorre inoltre ripensare con urgenza i ruoli. La crescente complessità della sanità non può essere sostenuta caricando l’infermiere di ogni funzione possibile. Serve una piramide di competenze coerente, in cui assistenti infermieri, operatori di supporto, tecnologie e altre professioni sanitarie contribuiscano in modo strutturato e complementare, consentendo all’infermieristica di esercitare pienamente il proprio ruolo professionale e decisionale per il bene delle persone assistite. Allo stesso tempo, è urgente definire standard minimi di staffing basati sulla complessità assistenziale (quella delle persone, non dell’organizzazione), e non sul semplice numero di letti. Continuare a contare le “teste” anziché i bisogni reali delle persone significa rincorrere una carenza infinita e strutturale, senza mai migliorarne le condizioni di sicurezza e qualità.
Il caso San Raffaele, dunque, non parla solo di professionisti inseriti in modo inadeguato. Parla di un sistema ossessionato dai numeri, orientato a obiettivi di breve termine e a logiche di produttività ed efficienza economica che finiscono per erodere il senso del lavoro professionale, la sicurezza delle cure e la dignità delle professioni sanitarie.
Guardare alla storia aiuta a leggere il presente. Nel 1925, esattamente cento anni fa, denunce pubbliche sulle condizioni degli ospedali e sull’inadeguatezza dell’assistenza furono il motore che portò allo sviluppo delle scuole professionali infermieristiche e alla strutturazione della formazione. Le professioni crescono anche attraversando le crisi, ma solo se, a tutti i livelli del sistema, si ha il coraggio di trarne conseguenze formative, organizzative e culturali. La stessa infermieristica moderna si basa e trae origine da un approccio innovativo che Florence Nightingale ha saputo portare nell’assistenza ospedaliera: consapevole del legame tra condizioni insalubri e malattie infettive, implementò pratiche igieniche rigorose che ridussero drasticamente i tassi di mortalità negli ospedali militari di Scutari durante la Guerra di Crimea. Il suo approccio basato sull’evidenza e l’uso pionieristico della statistica per dimostrare l’efficacia delle sue riforme gettarono le basi per i moderni protocolli di controllo delle infezioni e per l’attuale gestione del rischio clinico, sottolineando il principio fondamentale che “il primo requisito di un ospedale dovrebbe essere quello di non far del male ai pazienti”.
La qualità e la sicurezza dell’assistenza tengono solo, quindi, se tengono insieme sistemi che investono sulla competenza, organizzazioni responsabili e professionisti consapevoli del proprio mandato etico e sociale.
Come Accademia di Scienze Infermieristiche, sentiamo la responsabilità di richiamare il dibattito pubblico a questa complessità, affinché da casi come quello del San Raffaele non nascano slogan o capri espiatori, ma scelte finalmente all’altezza della cura delle persone e del valore delle professioni sanitarie.
Paola Arcadi, Antonella Demarchi, Cinzia Botter, Antonietta Fortunato, Enza Anemolo, Debora Biemmi, Loris Bonetti, Laura Camillen, Claudio Maliziola, Matteo Martinato, Alessia Sorrenti, Miriam Villani
Il consiglio Direttivo di Accademia Scienze Infermieristiche