Salute mentale 2021. Quadro impietoso dal rapporto ministeriale

Salute mentale 2021. Quadro impietoso dal rapporto ministeriale

Salute mentale 2021. Quadro impietoso dal rapporto ministeriale

Gentile Direttore,
la pubblicazione dell’annuale Rapporto Salute Mentale – di cui ci ha dato puntuale notizia Quotidiano Sanità – è sempre un appuntamento importante per verificare l’andamento di questo bisogno di salute e dello stato dei servizi ad esso dedicati. Entrato in piena attività a quasi 40 anni dalla legge di riforma, consente con le sue tabelle e gli allegati una buona visione della situazione, sia pur penalizzata nei passati report dal riferirsi in realtà a dati di due anni prima. E’ importante in questo senso la anticipazione a dicembre del consueto appuntamento di primavera, che cerca di consente di riportare i dati dell’anno precedente, anche se a prezzo del mancato aggiornamento di alcune tabelle relative ai costi, rimaste al 2020.

Il report ci dice molto sulla situazione, fotografando anche per il 2021 un quadro abbastanza impietoso dello stato dei servizi.

Sono anche molte però le cose che non ci dice, risentendo in questo di un impianto generale che è ormai un po’ datato.

Pur entrando in tutta una serie di dettagli relativi ai ricoveri, comprese le diagnosi e gli stranieri ricoverati, non ci dice ad esempio quanti siano i minori che vengono ricoverati negli SPDC, riportando solo i dati dei pazienti con 18 anni ed oltre. Si tratta di un dato pienamente disponibile al Ministero, così come sarebbero disponibili i dati che permetterebbero di incrociare i pazienti seguiti con la mortalità ed i ricoveri per patologie internistiche intercorrenti, consentendo di avere anche in Italia un quadro del grave gap nella aspettativa di vita e nello stato generale di salute che è noto da anni per i pazienti psichiatrici. Inutile dire quanto importante sarebbe avere un quadro delle contenzioni, di cui un teoria ASL e Regioni dovrebbero avere i dati, ma che di fatto non è spesso possibile conoscere.

Non ci dice un dato importante relativamente a quanti siano i suicidi nell’ambito dei pazienti che sono seguiti dai servizi.

In realtà, più che un report sulla salute mentale è in parte preponderante un report descrittivo dei servizi, e focalizzato in maniera quasi esclusiva sui servizi publici, riportando la utenza, le prestazioni, le strutture il personal ed i costi.

Ed un po’ sorprende che, a dispetto di tutta la retorica che viene fatta sulla attenzione alla persona e al ragionare organizzativo, anteponendo le necessità degli utenti alla rigida logica delle strutture, di fatto sembra indicare che basta la diagnosi per dire le necessità ed i percorsi, dedicando invece una maggiore attenzione a fotografare strutture e numero di prestazioni, e privando queste analisi di un ulteriore ricco potere informativo.

I dati già a disposizione del SISM permetterebbero ad esempio di non limitarsi ad una descrizione statica della residenzialità fatta di ingressi, uscite e giornate di presenza, ma di entrare nei percorsi effettivi dei pazienti, per chiarire al di là della lunghezza media residenziale, quali siano gli effettivi destini di chi entra in questi meccanismi a forte rischio di eternità neomanicomiale. E’ ben diversa una lunghezza media di trattamento che avviene in una struttura rispetto ad un peregrinare fra strutture. così come si rischia di mettere insieme, in un valore medio aggregato, interventi intensivi e lungoassistenze infinite, che rappresentano strade ben diverse.

Anche i dati del pronto soccorso comincerebbero a indicare i percorsi dei pazienti, semplicemente distinguendo chi era già conosciuto dai servizi e chi invece non vi ha mai messo piede, mostrando così anche la effettiva capacita dei servizi nel gestire sul territorio delle acuzie e nell’essere un reale riferimento per il malessere psichico.

Manca un ragionare sulle prestazioni (territoriali ed ospedaliere) che vengono erogate per le specifiche patologie ed i tempi di cura complessivi, senza quindi poter comprendere quali siano in media i percorsi di cura che deve affrontare un paziente che accede ai servizi e quale la durata del trattamento, il suo esito ed i costi che è lecito aspettarsi. Inutile dire che questo potrebbe mettere anche a confronto gli stili di lavoro e le organizzazioni che li consentono, in un ambito dove a volte, a dispetto di EBM e linee guida, la deregulation è la norma.

Manca la possibilità di capire cosa viene fatto effettivamente, al di là di PDTA e protocolli, per situazioni specifiche quali adolescenti ed esordi, provando a togliere un po’ di astrazione alle tante indicazioni e buone intenzioni in materia.

Una maggiore integrazione dei dati con le strutture private aiuterebbe a capire quanto il privato incida sulle risposte date ai pazienti e quanta parte abbiano nei costi dei loro percorsi di cura e riabilitazione.

Si tratta di un mutamento radicale di prospettiva, passando dalle strutture alle persone, le cui ricadute non sarebbero solo a livello conoscitivo, ma di filosofia organizzativa dei servizi e delle programmazioni regionali, costrette a prendere atto che in primo luogo vengono i pazienti e poi le logiche organizzative, e che sono i servizi a doversi adattare ai pazienti e non viceversa. E forse non sarebbe utile solo nell’ambito della salute mentale.

Andrea Angelozzi
Psichiatra

Andrea Angelozzi 

15 Dicembre 2022

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