Gentile Direttore, le polemiche sul controverso “semestre filtro” per l’accesso ai corsi di laurea in medicina, odontoiatria e veterinaria non accennano a placarsi, coinvolgendo anche studiosi di grande esposizione mediatica come il professor Burioni o la professoressa Greison.
Partirei proprio da un articolo apparso su Avvenire a firma della professoressa Greison, che molto opportunamente si chiede: “filtro di cosa, esattamente?”.
Ce lo dice la legge: il Decreto Legislativo 15 maggio 2025, n. 7 ha introdotto il semestre filtro per “garantire il potenziamento del Servizio sanitario nazionale, la qualità della formazione e la sostenibilità del sistema universitario”.
Sono tre obiettivi diversi e tutti ambiziosi, ma soprattutto confliggono fra loro: per potenziare il SSN servirebbero molti più medici (e infermieri) di quelli attuali; tuttavia per una formazione di qualità gli studenti dovrebbero essere pochi, in numero sostenibile dall’attuale logistica delle università; e questi studenti dovrebbero essere risorse selezionate, per usare un brutto termine mutuato dall’HR, cioè persone con caratteristiche tali da completare il corso in medicina in modo efficace, evitando abbandoni e fuoricorso, perché in un contesto a risorse limitate sono un costo.
Tutto questo rende necessaria una selezione degli studenti fin dall’accesso. È forse un concetto sgraziato, ma per la collettività è vitale scommettere sugli studenti giusti, perchè non possiamo permetterci sprechi in itinere.
Torniamo quindi alla domanda della prof.ssa Greison: cosa dovrebbe filtrare il semestre filtro? A questa domanda rispose anni fa in un convegno un caro Collega, professore ordinario di psicometria, che qui mi onoro di citare a memoria in modo sicuramente infedele: un test di ammissione all’università dovrebbe saper predire la probabilità di una persona di affrontare con successo l’intero percorso di studi, e uscirne preparato e in grado di restituire alla società ciò che la società ha investito per formarlo.
Che poi è ciò che dice in premessa il D.Lgs. 71/2025: fini del semestre filtro sono potenziamento del SSN, qualità della formazione e sostenibilità del sistema universitario.
Chiediamoci ora, fuori da ogni polemica e con un approccio scientifico, se il semestre filtro è un assessment che garantisce il raggiungimento degli obiettivi che ci si prefigge di raggiungere. Ovvero, in termini di tecnica dei test, se è uno strumento caratterizzato da validità, cioè dalla capacità di misurare quello che si vuole misurare.
È qui che cadono gli argomenti del professor Burioni e della professoressa Greison, che pongono in primo piano il possesso di conoscenze disciplinari, nell’ipotesi (tecnicamente ‘ingenua’) che il possesso di talune informazioni sia predittivo del successo come studente di medicina; ma cadono anche gli argomenti della ministro Bernini, che in una recente intervista ha dichiarato che il semestre filtro starebbe ‘scardinando le lobbies dei ricorsi’, obiettivo magari nobile ma del tutto inconferente con il funzionamento del SSN.
Cadono perché non c’è prova scientifica che questi criteri siano pertinenti allo scopo dichiarato nel D.Lgs. 71/2025.
In altri termini non c’è alcuna prova che conoscere la formula chimica del sale (per usare un esempio del prof. Burioni) sia predittivo della capacità di affrontare con successo il corso di studi in medicina, diventare medici di qualità e andare a potenziare il SSN.
Potrebbero ad esempio servire altre attitudini, come la capacità di approvvigionarsi in modo efficiente di contenuti, o di saper manipolare mentalmente concetti, o di fare calcoli a mente o di cucinare la carbonara. Cosa ne sappiamo?
Non ne sappiamo nulla. Cadiamo nell’errore di pensare che in fondo un test di accesso dovrebbe misurare conoscenze, ma è un ragionamento ingenuo. Anche se i test sono fatti benissimo sul piano dei contenuti, rischiamo un errore di costrutto che potrebbe minarne la validità ai fini di selezionare i migliori prospetti.
Per non cadere in errore potrebbe essere utile affidarsi alla psicometria, che è la disciplina scientifica che studia le metriche più adatte a misurare attitudini e caratteristiche personali in funzione degli scopi da raggiungere.
Ora, non voglio dire che sarebbe utile affidarsi a degli psicologi psicometristi, ci mancherebbe: non è una questione corporativa. Dico che gli assessment di questo livello di importanza beneficerebbero dell’apporto di tutte le conoscenze scientifiche disponibili, dato che sono in gioco interessi rilevanti come la salute o la spesa pubblica.
Il rischio concreto è di usare assessment inefficienti, selezionando persone non adatte e scartando persone adatte agli scopi da raggiungere, fallendo così l’obiettivo di potenziare in modo sostenibile il SSN con risorse professionali di qualità.
Federico Zanon
Specialista in psicologia clinica, dirigente psicologo Ssn, coordinatore ufficio deontologico Ordine psicologi Veneto