Gentile direttore,
la prevenzione non si fa soltanto con esami clinici, screening o campagne vaccinali. Si costruisce anche e soprattutto attraverso il contrasto alle disuguaglianze sociali, ambientali, educative, relazionali. È questa la prospettiva che il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali, in rappresentanza di una professione sociosanitaria, ha portato alla sessione “Prevenzione e professioni sanitarie” degli Stati Generali della Prevenzione organizzati a Napoli dal Ministero della Salute.
Nel dibattito a più voci, abbiamo ribadito con forza che la prevenzione non può essere concepita come un insieme di atti tecnici rivolti all’individuo isolato. I determinanti sociali di salute – come l’istruzione, il reddito, l’occupazione, l’abitare, la qualità dei servizi e delle reti sociali – influenzano in modo diretto e documentato il benessere delle persone e delle comunità. In Italia, tuttavia, questi aspetti vengono spesso ignorati nella pianificazione delle politiche sanitarie, con il rischio di rafforzare le disuguaglianze e di rendere inefficaci le stesse azioni preventive. Ignorarli significa continuare a rincorrere la malattia, e non promuovere davvero la salute.
Il servizio sociale professionale opera esattamente su questo tereno. Promuove diritti, accompagna le persone nei percorsi di autonomia e benessere, agisce nei contesti territoriali più fragili per costruire prossimità e accesso. Siamo presenti nelle ASL, negli ospedali, nei Comuni, nelle strutture sociosanitarie, nei consultori, nei servizi per le dipendenze, nella salute mentale e nella medicina penitenziaria e in molti altri servizi. Tuttavia, il nostro ruolo è ancora considerato troppo spesso marginale o reso invisibile, anche quando la normativa ne prevede una presenza strutturata.
Il riferimento è in particolare al DM 77/2022, che riconosce il servizio sociale del Sistema Sanitario Nazionale come parte integrante dei modelli organizzativi della sanità territoriale a partire dalle Case della Comunità. Nonostante ciò, la sua applicazione resta disomogenea: ci sono territori dove l’assistente sociale non è presente, non è dipendente del SSN o non è messo nelle condizioni di esercitare pienamente la propria funzione professionale. Una Casa della Comunità priva di servizio sociale non può dirsi compiutamente realizzata, è soltanto un altro edificio pubblico. E senza servizio sociale, anche la prevenzione resta monca.
La transizione verso un modello di sanità di prossimità, previsto dal PNRR, richiede una reale integrazione tra componente sanitaria e componente sociale. Questo non significa sovrapporre funzioni, ma valorizzare il contributo specifico di ciascuna professione in un’ottica interdisciplinare.
A fronte delle sfide poste dall’invecchiamento della popolazione, dalla cronicità, dalle marginalità vecchie e nuove, servono équipe territoriali multidisciplinari capaci di intercettare precocemente i bisogni, lavorare sull’empowerment delle persone e ridurre l’ospedalizzazione impropria. In queste équipe, il servizio sociale non può essere un accessorio, ma può essere un pilastro.
È dunque necessario che le Regioni e le Aziende sanitarie diano piena attuazione al DM 77, investano su équipe integrate e sulla stabilizzazione delle figure sociali nei servizi territoriali.
Al tempo stesso, serve uno sforzo sistemico per migliorare la raccolta e l’uso dei dati sociali, che oggi mancano o sono disarticolati rispetto a quelli sanitari. Senza questi dati, ogni programmazione rischia di rimanere parziale.
La pandemia, la scoperta della vulnerabilità della cura intesa soltanto come “medicina”, l’adozione del PNRR e di parole d’ordine come la “stratificazione dei bisogni di salute” hanno messo sotto gli occhi anche di chi non voleva vedere, la fragilità del sistema salute basato soltanto su indicatori sanitari, diagnosi, ricoveri, farmaci…
È tempo che la stratificazione dei bisogni di salute integri le informazioni sociali: quanti anziani non autosufficienti vivono soli, quanti nuclei monogenitoriali sono in difficoltà, quante persone si trovano in condizione di fragilità o marginalità, quali famiglie sono prive di reti di sostegno? Tante domande che non hanno risposte corroborate dai numeri, ma sapere dove si concentrano le fragilità economiche e relazionali è indispensabile per costruire interventi efficaci e sostenibili. Soltanto così potremo programmare politiche realmente orientate alla prevenzione e all’equità.
Infine, è importante ricordare che l’assistente sociale non è una figura tecnica. La nostra professione è fondata su un mandato pubblico, su principi etici e su un sapere esperto in grado di leggere i contesti, sostenere le persone, attivare risorse.
L’assistente sociale entra dove il sintomo non è medico, ma sociale: non cura organi, ma condizioni di vita. Il servizio sociale è il filo che connette vulnerabilità e risposte. Non riconoscerne il ruolo nella prevenzione significa perdere un’occasione storica non soltanto per migliorare gli esiti di salute, ma anche per rendere il nostro sistema più efficace, più umano e più giusto, per rafforzare l’equità, la coesione e la fiducia nel sistema pubblico.
Barbara Rosina
Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine Assistenti Sociali