Gent.le Direttore,
rispondiamo all’articolo della Dr.ssa Donatella Bonaiuti, Medico specialista in Medicina Fisica e Riabilitativa Direttivo Associazione Nazionale Fisiatri.
Pur riconoscendo l’importanza di un quadro normativo chiaro e definito, riteniamo che un’applicazione eccessivamente rigida delle competenze professionali rischi di costituire un freno all’innovazione organizzativa e all’efficienza operativa, anche per le Case di Comunità. È auspicabile che la normativa continui ad evolvere in senso più flessibile, favorendo una valorizzazione integrata delle diverse professionalità sanitarie e consentendo modalità di collaborazione che rispondono in modo più adeguato ai bisogni di salute emergenti della popolazione, che in quest’ultimo ventennio sono profondamente e velocemente cambiati.
Competenze professionali e contenimento della spesa sanitaria
L’adozione dei modelli di “task shifting” e “task sharing” non dovrebbe essere interpretata come una sottrazione di valore alle professionalità coinvolte, bensì come un’opportunità per incrementare l’accessibilità e l’efficacia delle prestazioni erogate, specialmente in un contesto di risorse limitate per il Servizio Sanitario Nazionale. La razionalizzazione dei percorsi assistenziali mediante un utilizzo più funzionale e il coordinamento delle competenze può condurre a un contenimento dei costi senza pregiudicare la qualità e la sicurezza delle cure. Inoltre non riteniamo che il “task shifting” riduca intrinsecamente il valore o la professionalità degli operatori sanitari. Se opportunamente regolamentato, supportato da una formazione continua e da protocolli condivisi e concertati, come del resto prevede il comma 566 delle legge di stabilità del 2015, norma mai abrogata ma che non è stata ancora applicata integralmente per la sua portata innovativa e di democratizzazione dell’organizzazione del lavoro sanitario, questo approccio rappresenta un’evoluzione necessaria per rispondere alle molteplici sfide della sanità territoriale e per ottimizzare le risorse umane nelle Case di Comunità.
Anche l’aumento del rischio clinico non deve essere considerato un esito inevitabile delle modifiche organizzative. Al contrario, una corretta implementazione accompagnata da supervisione, formazione adeguata e linee guida rigorose può garantire elevati standard di sicurezza, anche nell’ambito dell’introduzione di nuove figure professionali e di compiti ampliati. La trasmissione di funzioni e competenze, quindi, ha come naturale corollario l’attribuzione della responsabilità in capo a chi effettua l’attività e non certo a chi la, impropriamente, dispone.
Ruolo e autonomia dei professionisti sanitari diversi dai medici
Gli scriventi ritengono che un’applicazione rigida e limitativa delle competenze dei professionisti sanitari diversi dai medici possa ostacolare una presa in carico realmente integrata e multidisciplinare del paziente. Un’estensione responsabile e regolamentata dell’autonomia gestionale, all’interno di un quadro collaborativo, potrebbe favorire una maggiore efficienza e qualità delle cure offerte nelle strutture territoriali.
Sebbene sia indubbio che attualmente vi siano ambiguità normative, tali aspetti devono essere letti anche come una spinta verso la modernizzazione e l’adeguamento del sistema regolatorio alle trasformazioni organizzative in atto. È indispensabile avviare un processo di aggiornamento normativo che “svecchi” ruoli, competenze e responsabilità professionali che occorre adeguare ai nuovi bisogni di salute, promuovendo al contempo un modello collaborativo e integrato che valorizza la componente multidisciplinare nel sistema sanitario.
Aggiungiamo il task shifting ha permesso sotto covid a fare in modo che tecnici sanitari, farmacisti… dopo adeguata formazione potessero vaccinare enormi quantità di persone.
Certamente sarà noto che il task shifting è stato pensato originariamente per fare fronte alla crisi sanitaria generata dalla pandemia da HIV nell’Africa subsahariana .Ma successivamente ha ricevuto particolare attenzione da decisori politici e autorità sanitarie per garantire un equo accesso alle cure alle popolazioni dei Paesi a basso e medio reddito afflitti da una costante carenza di professionisti sanitari. Nei Paesi ad alto reddito il task shifting ha un’origine più complessa che chiama in causa più fattori, tra questi la carenza di personale medico e l’aumento dei costi sanitari: Due principali fattori possono ostacolare un’attuazione pienamente efficace e vantaggiosa del task shifting:
1. La persistenza di una visione corporativa, che mantiene la centralità esclusiva del medico nella relazione di cura;
2. Un approccio culturale fortemente identitario, attraverso il quale i medici tendono a riaffermare la centralità del proprio ruolo nei confronti degli altri professionisti sanitari,
La collega che replica al nostro articolo deve prenderne atto: oggi la figura del medico, pur mantenendo la propria specificità, è solo una delle tante che compongono la costellazione della cura, la sanità è plurale, non monoprofessionale. Nessuno intende sottrarre al medico quelle competenze elevate e specialistiche che costituiscono il nucleo della sua professionalità. L’obiettivo, come avviene ormai da decenni, è piuttosto quello di alleggerirlo da attività che, grazie a una formazione teorica e pratica adeguata, condivisa e concertata, possono essere svolte da altri professionisti. sanitari laureati.
Un gruppo diventa squadra quando smette di trovare colpevoli e inizia a cercare soluzioni” quello che abbiamo fatto noi nell’articolo; occorre che ogni operatore sanitario diventi “ azionista del SSN” e questo lo si può pensare solo se si attiveranno programmi di valorizzazione delle competenze e riconoscimento economico.
Gentile dottoressa “La vera innovazione in sanità non consiste nell’abbandonare le competenze, ma nel saperle armonizzare per il bene comune “è proprio con questo spirito che abbiamo scritto il precedente articolo ed è con il medesimo spirito che le rispondiamo, ricordandole che il task shifting non risolve tutti i problemi della sanità pubblica, ma se applicato con basi scientifiche e all’interno di una riflessione critica sul concetto di salute, può rafforzare la sostenibilità dei sistemi di cura.
A tal proposito è d’obbligo citare alcuni dei tanti esempi, ricordando gli scritti del compianto Luca Benci (giurista):
– la misurazione della pressione arteriosa, considerata “atto medico” fino alla metà degli anni Settanta, successivamente traferita anche a infermieri e ostetriche e oggi nella cognizione di ogni cittadino;
– il contenzioso giudiziario “sulle competenze” che contrappose fino alla metà degli anni Novanta dello scorso secolo medici e farmacisti in occasione della comparsa degli apparecchi di automisurazione della pressione arteriosa nelle farmacie;
– le normative regionali che parlavano di “medico prelevatore” intendendosi come tale il medico destinato ai prelievi venosi nei laboratori di analisi e nei punti prelievo, la situazione oggi ci sembra cambiata!!;
– la celebrazione di due processi (Tecnici sanitari di radiologia medica) proprio sulle competenze e sulla suddivisione del lavoro all’interno della radiologia. Sono ormai passati alla storia i processi sui casi di “Marlia” e “Barga” tutti in punta di legittimità. La contestazione era infatti sull’esercizio abusivo della professione, ex art. 348 Codice penale.
Conclusione: il trasferimento, laddove vi è stato, è stato il frutto di una naturale e positiva evoluzione, ma non è stato, come qualcuno vorrebbe su base normativa, bensì formativa.
Saverio Proia, Roberto Di Bella e Danilo Pasini