Gentile Direttore,
le cronache continuano a riportare notizie di persone in stato di agitazione, spesso con problematiche psichiatriche o di uso di sostanze, decedute dopo l’utilizzo del Taser da parte delle Forze dell’Ordine.
Sull’uso del Taser vi sono varie considerazioni che possono essere fatte. Vale la pena ricordare che il Comitato ONU contro la Tortura nel 2008 aveva ritenuto che tale strumento non dovesse essere autorizzato e nel 2014 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo aveva condannato la Bulgaria per violazione del divieto della tortura, a seguito del suo utilizzo eccessivo da parte degli agenti.
Una review di Brasholt, Aon, Michaelsen & Modvig del 2024, Health impact of electric discharge weapons, a review of case studies, offre una ampia casistica di danni gravi, che vanno da aborti a danni neurologici, a rotture tendinee, rabdormiolisi, delirium, danni da caduta, fino alla aritmia fatale. D’altra parte è la stessa Axon Enterprise, massima azienda produttrice dei Taser (compreso quello adottato in Italia per le Forze dell’Ordine), che riconosce una percentuale di lesioni gravi che si aggira intorno allo 0,25%, e raccomanda in ogni caso anche di evitare come bersaglio talune zone del corpo, in particolare l’alto torace ed il capo, con una precisione non sempre attuabile nelle concitate fasi di un contenimento per agitazione.
Vi è poi la questione di un possibile rapporto fra l’utilizzo della pistola Taser e decessi della persona, sollevata anche da tre episodi mortali in Italia nel periodo di un mese.
Secondo un’indagine di Amnesty International, tra il 2001 e il 2012 più di 500 persone sono morte negli USA dopo essere state colpite dal Taser, mentre un rapporto dell’agenzia d’informazione Reuters, porta il dato a più di 1000 persone decedute dal 2000 al 2018 in USA. Proprio a seguito di questo report la Axon Enterprise aveva indicato alla polizia americana delle precauzioni nell’utilizzo del Taser, in cui si metteva in guardia da alcune categorie più a rischio, fra le quali le donne incinte, i bambini, gli anziani, persone particolarmente fragili, persone sotto l’effetto di sostanze e con problemi cardiaci. Categorie di cui peraltro non mi risulta riferimento nelle linee guida sulla sperimentazione italiana, ad eccezione di donne “in evidente stato di gravidanza”.
In realtà la valutazione delle cause di morte, al di là della coincidenza temporale, è decisamente complessa; data la frequente compresenza di patologie ed i tanti aspetti drammatici connessi al contenimento in situazioni problematiche, spesso la morte non è ricondotta direttamente all’uso del Taser, anche se il suo ruolo di concausa appare meritevole di approfondimento. Non esistono peraltro molti studi indipendenti e la sperimentazione portata dalla Axon riguarda volontari sani in condizioni di somministrazione rigorosamente controllata, ma anche con un importante conflitto di interesse. Una analisi fatta dal National Institute of Justice. (2011) in USA, Study of deaths following electro muscular disruption segnalava un rischio di morte definito in ≤ 0.25 %, pari quindi a 1 su 400. Lo studio peraltro non riteneva provato che tutti i decessi fossero direttamente attribuibili a Taser ed in ogni caso lo vedeva come un accettabile livello di rischio a fronte dei possibili benefici, quali la riduzione di lesioni gravi al soggetto ed agli agenti e nel confronto con altre opzioni quali l’uso delle armi da fuoco.
Poche altre ricerche hanno approfondito la questione dei decessi. In particolare, uno scritto di White & Ready del 2009 Examining fatal and nonfatal incidents involving the TASER. Identifying predictors of suspect death reported in the media, mostrava come fattori predittivi per un rischio letale erano costituiti dall’uso di sostanze (spesso cocaina) e da patologie psichiatriche.
Il problema è che il Taser, come dimostrano varie statistiche, è usato soprattutto in situazioni di agitazione legate a condizioni psichiatriche o da abuso di sostanze, persone che già hanno come la letteratura ampiamente conferma, vari fattori di rischio per patologie cardiache.
Mi sorgono allora due questioni relativo al diverso metro usato nei pazienti psichiatrici nei diversi contesti.
La prima mi porta alle limitazioni a suo tempo introdotte nell’uso di alcuni neurolettici a seguito del rischio di torsioni di punta da allungamento del QtC cardiaco. Nel caso dell’Aloperidolo si sono poste importanti condizioni limitative per contrastare un rischio di morte che, in scenari di uso non controllato, sovradosaggio o pazienti con molte comorbilità, era stimato in 1/1.000 ÷ 1/10.000 ed era nettamente inferiore se con dosi contenute e somministrazione non endovenosa, come utilizzato in Italia. Non solo si sono poste nette restrizioni, ma questo rischio continua ad essere oggetto di contese peritali sulla colpa dei sanitari in molte cause penali legate a decesso di pazienti in trattamento. Con il Taser viene proposta una gestione che comporta un rischio di mortalità di 1/400 in generale, e probabilmente ancora peggiore in queste patologie, ma non è visto come problema. Nessun farmaco con una possibile letalità dello 0,25% sarebbe mai autorizzato, trovando registrazione forse solo in casi estremi di oncologia o terapie salvavita. Certo, la contenzione elettrica non è un atto sanitario, ma mi domando se la doverosa cautela nei trattamenti farmacologici della agitazione non debba trovare analoga cautela nelle altre fasi che portano il paziente al trattamento.
L’altro metro differente è che mentre da una parte si conferma a più voci la assoluta necessità per le forze dell’ordine di poter utilizzare strumenti impegnativi come il Taser, di fronte a condizioni di agitazione, dall’altra, tante volte il personale sanitario è stato lasciato da solo ad affrontare gli stessi problemi, ritenendo che facesse ovviamente parte dei suoi compiti sanitari gestire situazioni di violenza di fatto ingestibili e che non ci riusciva era perché non aveva empatia o non aveva imparato bene le tecniche di de-escalation …
Credo che sia opportuna una riflessioni su una corretta gestione di queste problematiche in ogni ambiente, tenendo conto della necessità di garantire la sicurezza sia del personale sia del paziente, anche alla luce dei dati esistenti e di quelli che è doveroso ricercare.
Andrea Angelozzi
Psichiatra