Gentile Direttore,
nei giorni scorsi sono apparsi diversi articoli, che hanno trattato temi che sono strettamente collegati fra di loro.
Il primo articolo l’ha scritto Ivan Cavicchi su Quotidiano Sanità. Interessante nelle premesse, l’articolo di Cavicchi, che sviluppa una critica severa ma ragionata agli impalpabili epigoni della importante riforma basagliana sfociata in una legge, la 180/1978, di cui pochi, anche fra coloro che ne difendono a spada tratta l’intangibilità, conoscono la effettiva portata riformatrice. Ma la critica di Cavicchi, che pretenderebbe un salto di qualità nell’esame degli enormi problemi nei quali si dibatte attualmente la salute mentale del nostro Paese, non tiene conto del fatto che l’avvilimento teorico e pratico della psichiatria ha davvero toccato il fondo, poiché coloro che avrebbero dovuto riflettere efficacemente su questi temi per trovare delle soluzioni, sono proprio quelli che di tale avvilimento sono stati gli artefici, non solo perché hanno difeso posizioni vuote e completamente viziate da un pregiudizio ideologico, ma anche perché hanno compiuto una costante immiserimento qualitativo dell’assistenza, affidando sempre le posizioni di responsabilità organizzativa in base alle appartenenze invece che alle competenze.
Ci deve essere del marcio in Danimarca se Cavicchi non riesce fino in fondo a pronunciarsi in modo chiaro su questo aspetto dirimente. Come fanno a propugnare la riappropriazione dei diritti coloro che i diritti sono stati i primi a calpestarli per decenni? Ma soprattutto: come si possono proporre soluzioni efficaci se non si parte dall’autentica competenza? Un collega assai spiritoso usava ripetere che ci sono due mestieri, in Italia, che tutti sanno fare: l’allenatore della nazionale di calcio e lo psichiatra. Vanno benissimo, quindi, anche i vari bertoncelli.
Un secondo articolo è quello scritto il 15 gennaio da Franco Corleone. L’ex sottosegretario alla Giustizia, ex Responsabile Nazionale del Superamento degli OPG, ex Garante della Regione Toscana, sviluppa una critica a una lettera inviata alle Regioni pochi giorni or sono dal Capo di Gabinetto del Ministero della Salute, Marco Mattei. In questa lettera (il cui testo purtroppo non conosciamo) Mattei sembra che, a partire dalla evidente e innegabile situazione di grave crisi nel quale verte la gestione dei malati di mente socialmente pericolosi, proponga di porre mano a una revisione del sistema, aumentando i posti nelle REMS e prevedendo una gradazione delle misure di sicurezza da attuare in queste Residenze sanitarie, adeguandole al livello di pericolosità del soggetto e di gravità della patologia.
Non ci pronunciamo sulla validità di tale proposta, che però, almeno per come è stata riportata da Corleone, non si discosta molto da quella che, con il sostegno di Alessandro Margara, attuammo venticinque anni or sono a Firenze, quando costruimmo la prima residenza psichiatrica non detentiva per pazienti psichiatrici autori di reato, portandoli fuori dal carcere e dall’OPG. Il Capo di Gabinetto fra l’altro, avanzando quella proposta, ha mostrato di tenere conto degli aggiustamenti legislativi che un bravo giudice costituzionale, all’inizio del 2022 (ben tre anni or sono) aveva indicati come indispensabili qualora si volesse evitare che fossero giudicate incostituzionali le norme sul superamento degli OPG (in particolare la l. 81/2014). Per Corleone invece tali norme, benché foriere di disorganizzazione, di pericolo e di morte, non si debbono toccare, così come accade per la l. 180/1978. Anzi no: secondo Corleone le REMS non vanno riformate e migliorate, adeguandole alle esigenze che si stanno manifestando (e che potevano essere facilmente previste). Secondo Corleone, che da decenni porta avanti il progetto iniziato nel 1983 dal senatore del PCI Vinci Grossi, radiologo, le REMS, come gli OPG, vanno semplicemente abolite, poiché i soggetti che i mentalli ill offenders debbono essere giudicati responsabili come tutti gli altri cittadini. E, se condannati per gravi reati, devono andare in carcere. Come se il carcere non fosse già stracolmo di persone che presentano una profonda sofferenza psichica: altro che pletora di inutili o dannosi accertamenti peritali psichiatrici!
Ma veniamo al terzo articolo, quello scritto da David Allegranti il 6 gennaio scorso. Insieme alla Associazione Antigone, Allegranti, a partire dall’ennesimo e recentissimo suicidio a Sollicciano di un detenuto “affetto da disturbo mentale”, segnala il dilagare in carcere delle persone colpite da gravi o gravissimi disturbi psichici, l’assoluta insufficienza e inefficacia dei presidi di salute mentale (ATSM) all’interno dei penitenziari, oltre all’uso massiccio e incontrollato di psicofarmaci dietro le sbarre. Considerando la quantità e la qualità dei reclusi affetti da una profonda sofferenza psichica, perché meravigliarsi se il 2024 (nuovo annus horribilis) si è chiuso con 89 suicidi nelle carceri e che il 2025 si è già aperto con 8 suicidi?
Non sappiamo cosa si intenda per “carceri psichiatrizzate”. Sappiamo soltanto che oramai, come accade negli USA da molti anni, anche da noi le carceri stanno ampiamente prendendo il posto dei luoghi di cura per coloro che soffrono di gravi turbe mentali. Seguiamo dunque tranquillamente l’esempio degli USA, dove lo stop OPG/stop REMS si è già realizzato da tempo, visto che in quel Paese non esiste il proscioglimento per vizio di mente. Seguiamo tranquillamente l’esempio degli USA, dove il numero dei detenuti supera percentualmente di otto volte (otto volte!) quello registrato in Italia. Seguiamo tranquillamente l’esempio degli USA, dove l’80 per cento dei reati viene commesso da persone sotto l’effetto di droghe (l’abuso/dipendenza da sostanze è un disturbo mentale). Seguiamo tranquillamente l’effetto degli USA, dove gli insensati mass murders, che uccidono e si fanno uccidere, sono all’ordine del giorno.
Un fatto è certo: se la salute mentale, fuori e dentro le carceri, deve limitarsi a quel dominante approccio “neuroscientifico” che si traduce quasi unicamente in cure farmacologiche, certo non c’è che da rammaricarsi che le carceri siano “psichiatrizzate”. Ma se la Salute Mentale cominciasse a riappropriarsi dei sui doveri di cura, di quella cura partecipe che non può fare a meno di una coazione gentile, allora forse le nostre carceri sarebbero meno ingolfate da un soverchiante disagio mentale. E, di certo, per organizzare una simile riappropriazione dei doveri, è bene che comincino seriamente a discuterne professionisti preparati e competenti. Reclamando quella parola che per adesso hanno quasi esclusivamente avuto i ‘senatori del dejà vu’ prigionieri del passato e i vari bertoncelli.
Mario Iannucci e Gemma Brandi
Psichiatri psicoanalisti
Esperti di Salute Mentale applicata al Diritto