ASCO 2019. Leucemia linfatica cronica: nuovo trattamento riduce del 65% progressione malattia

ASCO 2019. Leucemia linfatica cronica: nuovo trattamento riduce del 65% progressione malattia

ASCO 2019. Leucemia linfatica cronica: nuovo trattamento riduce del 65% progressione malattia
L’associazione venetoclax- obinutuzumab riduce del 65% la progressione della leucemia linfatica cronica, rispetto alla standard di cura, rappresentato da clorambucil-obinutuzumab (chemio-immunoterapia), in una popolazione di pazienti anziani e con altre patologie associate. Lo ha dimostrato lo studio CLL14 presentato al congresso degli oncologi americani (ASCO) e pubblicato in contemporanea sul New England Journal of Medicine. Un notevole passo avanti e una possibilità concreta di terapia per gli anziani fragili, con più patologie associate, affetti da questo tumore.

La maggior parte dei pazienti affetti da leucemia linfatica cronica ha più di 70 anni e presenta in genere varie patologie. La gestione del tumore in questi soggetti va dunque affidata a farmaci che siano efficaci ma che abbiano al contempo anche un accettabile profilo di tossicità.
 
In passato, lo studio CLL11 aveva proposto come standard di trattamento per questa categoria di pazienti l’associazione clorambucil- obinutuzumab. Un nuovo studio, presentato al congresso dell’ASCO a Chicago e pubblicato sul New England Journal of Medicine, è andato a valutare l’effetto di una nuova associazione, venetoclax – obinutuzumab.
 
Il venetoclax è un farmaco a somministrazione orale, diretto contro la BCL2, una proteina anti-apoptosi, iperespressa in vari tumori a cellule B, compresa la LLC. Rimuovendo il ‘freno’ che blocca l’apoptosi, questo trattamento consente di ripristinare i meccanismi di morte cellulare programmata nelle cellule leucemiche.
Venetoclax si era già dimostrato efficace nel trattamento dei pazienti con leucemia linfatica cronica; ma non erano ancora note le sue performance, quando somministrato in associazione con altre molecole, nei pazienti affetti da questa condizione e con comorbilità associate.
Per dare una risposta a questa domanda, lo studio CLL14 è andato dunque a valutare se l’associazione venetoclax- obinutuzumab fosse superiore a quella clorambucil- obinutuzumab in una popolazione di pazienti anziani, con varie comorbilità, affetti da LLC.
 
Lo studio CLL14
Questo studio internazionale di fase 3 in aperto, che ha coinvolto 196 istituzioni mediche dislocate in 21 Paesi, ha valutato l’effetto di un trattamento con l’associazione venetoclax-obinutuzumab, di durata fissa (in media 17 mesi), somministrato a pazienti in precedenza non trattati e affetti da altre condizioni morbili. I 432 pazienti arruolati nello studio, con un’età media di 72 anni, presentavano tutti una clearance della creatinina inferiore a 70 ml/min e dovevano totalizzare un punteggio superiore a 6 nella Cumulative Illness Rating Scale (il cui punteggio va da 0 a 56; più alto il punteggio, maggiore la compromissione d’organo). Dopo aver verificato la presenza di questi criteri di eleggibilità i pazienti sono stati randomizzati a ricevere un trattamento con venetoclax-obinutuzumab o con clorambucil-obinutuzumab. L’endpoint principale dello studio era la progressione di malattia (PFS); è stata inoltre valutata la safety di entrambi le associazioni.
 
Dopo un follow-up medio di 28,1 mesi, il rischio di progressione di malattia o di mortalità è risultato inferiore del 65% nel gruppo trattato con clorambucil-obinutuzumab, rispetto al gruppo di controllo. Dopo 24 mesi di osservazione, non mostrava progressione di malattia l’88,2% dei pazienti del gruppo venetoclax-obinutuzumab contro il 64,1% di quelli trattati con clorambucil- obinutuzumab.
Tra gli effetti collaterali, non sono state riscontrate differenze significative tra i due gruppi di trattamento, rispetto alla neutropenia di grado 3-4, come anche nella comparsa di infezioni.
I pazienti trattati con l’associazione venetoclax-obinutuzumab presentano dunque una sopravvivenza libera da progressione di malattia significativamente superiore rispetto a quelli trattati con clorambucil- obinutuzumab. La prosecuzione del follow-up consentirà di valutare anche la durabilità della risposta.
 
La leucemia linfatica cronica (LLC)
Ogni anno si diagnosticano nel mondo 400 mila nuovi casi di leucemia; la LLC è la più comune nel mondo occidentale e interessa un paziente su tre di quelli che si ammalano di leucemia. Il 70% dei pazienti che presenta questa forma, alla diagnosi ha più di 65 anni e circa la metà presenta varie altre patologie associate, rendendo il trattamento più complesso. La LLC ha tipicamente uno sviluppo molto lento; per questo molti pazienti non vengono sottoposti a trattamento subito dopo la diagnosi; i loro curanti si limitano a monitorare l’evoluzione della malattia (watchful waiting) e il trattamento viene iniziato solo quando compaiono sintomi correlati alla malattia o se la stessa progredisce. Per la LLC non esiste ancora una cura ma  ci sono varie opzioni di trattamento (chemioterapia, terapie a target, radioterapia, trapianto di cellule staminali). Obiettivo del trattamento è, oltre a quello di prolungare la sopravvivenza del paziente, anche quello di alleviare o eliminare i sintomi della malattia, mandandola in remissione.
 
Maria Rita Montebelli

Maria Rita Montebelli

04 Giugno 2019

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