Violenza di genere e diritto alla salute: l’indagine dei centri antiviolenza

Violenza di genere e diritto alla salute: l’indagine dei centri antiviolenza

Violenza di genere e diritto alla salute: l’indagine dei centri antiviolenza
Un’indagine condotta su 207 donne seguite nei centri antiviolenza D.i.Re mostra come la violenza comprometta l’accesso alla prevenzione, alla cura e alla salute mentale

La violenza contro le donne non lascia segni solo sul corpo: erode tempo, energie, capacità di progettare e perfino la possibilità di prendersi cura della propria salute. È il quadro che emerge dall’indagine presentata oggi nell’ambito del progetto “La salute è di tutte. Contro la violenza di genere, per il diritto delle donne alla salute”, che raccoglie le esperienze di 207 donne seguite dai centri antiviolenza della rete D.i.Re. L’obiettivo è comprendere come la condizione di violenza influenzi il rapporto con la prevenzione, la cura e la salute fisica e psicologica.

Il progetto è stato realizzato da D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, con il supporto di Novartis, e ha ricevuto il Patrocinio della Società Italiana di Cardiologia (SIC).

Un approccio “reattivo” alla salute: poca prevenzione

“Il legame tra violenza e salute è noto, ma mancano indagini sul campo che raccolgano la percezione diretta delle donne sulla propria condizione fisica e mentale. In questo senso, il nostro lavoro può fungere da apripista”, spiega la prof.ssa Manuela Stranges, dell’Università della Calabria, responsabile scientifica dell’indagine.

Dai dati emerge che molte delle donne coinvolte hanno un approccio “reattivo” alla salute. Quasi la metà si rivolge al medico solo in presenza di sintomi e il 48,8% non ha mai partecipato alle campagne di screening territoriali, pur conoscendole. Non per scarsa consapevolezza: l’indagine evidenzia piuttosto un intreccio di ostacoli personali, economici e relazionali che scoraggia la prevenzione.

Il peso psicologico: solitudine, ansia e mancanza di progettualità

“Subire violenza significa vivere in un costante drenaggio di energie”, racconta Cristina Carelli, Presidente di D.i.Re. “Le prime parole che ascoltiamo dalle donne sono senso di colpa e vergogna. Questo porta a chiudersi, a non sentirsi degne di attenzione e di cura.” A ciò si sommano difficoltà logistiche, economiche, familiari e la tendenza – accentuata in situazioni di violenza – a mettere i bisogni degli altri prima dei propri.

“Un quinto delle donne dichiara di percepire una cattiva salute psicologica. Molte si sentono sole, ansiose, non hanno una progettualità, sentono di non avere le risorse per affrontare anche gli aspetti più banali della vita quotidiana. E dichiarano che il peso psicologico ha un impatto sulla salute fisica”, commenta Stranges.
“La situazione peggiora per le donne in situazione di precarietà economica, lavorativa, con figli”.

I centri antiviolenza come luoghi di ricostruzione e cura

I centri antiviolenza della rete D.i.Re – 117 in tutta Italia, con circa 24.000 donne seguite ogni anno – emergono dalla ricerca come luoghi di ricostruzione personale. Più della metà delle partecipanti ha dichiarato un miglioramento della propria salute fisica dopo l’ingresso nel centro, e il 75,8% un miglioramento del benessere mentale. “Nei commenti molte donne raccontano un processo di empowerment che le porta a rimettersi al centro della propria vita e a riconoscersi degne di cura”, aggiunge Stranges.

Il ruolo degli operatori sanitari

Il servizio sanitario nazionale è parte integrante della rete antiviolenza. Per questo è necessario che gli operatori sanitari conoscano il duplice effetto della violenza sulla salute delle donne: diretto – fisico e psicologico – e indiretto, attraverso la riduzione della prevenzione e uno stile di vita orientato alla sopravvivenza più che al benessere.

“La collaborazione è essenziale: gli operatori sanitari possono essere le nostre antenne sul territorio, se adeguatamente formati, e noi possiamo supportare le donne nel rimettere al centro la propria salute”, dice Carelli. Ma l’accesso ai percorsi di cura resta complesso: “Molte donne ci dicono che rinunciano ai farmaci perché non possono permetterseli. E sappiamo che per esami e approfondimenti, in molte regioni, le attese arrivano a molti mesi, anche oltre un anno.”

Un impegno per l’accesso alla salute

Il progetto è stato sponsorizzato da Novartis, che – sottolinea Chiara Gnocchi, Country Communication & Advocacy Head di Novartis Italia – si impegna a contribuire a un cambiamento culturale affinché l’accesso alla salute sia realmente garantito a tutte e tutti.
“Se le soluzioni innovative che sviluppiamo e i percorsi di diagnosi, cura e follow-up che vengono messi a punto non sono accessibili per tutti i pazienti – in questo caso per tutte le donne – allora i nostri sforzi sono vani”, commenta Gnocchi.

“Pensiamo, per esempio, al tumore al seno: in molti casi la diagnosi arriva quando la malattia è metastatica e tutto ciò che si può fare è prolungare la sopravvivenza. Il Ssn mette a disposizione lo screening gratuito per il tumore al seno dai 50 ai 69 anni e alcune regioni lo estendono dai 45 ai 74. Eppure meno della metà delle donne accede a questo esame”, aggiunge.
“In generale, le donne riservano le loro cure prima agli altri e poi a se stesse; nel caso di condizioni di fragilità, come il subire violenza, la propria cura diventa ancora meno prioritaria”.

13 Novembre 2025

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