Aids. Lo stigma resiste. Ma ad alimentarlo (in buona fede) sono anche gli operatori e i malati

Aids. Lo stigma resiste. Ma ad alimentarlo (in buona fede) sono anche gli operatori e i malati

Aids. Lo stigma resiste. Ma ad alimentarlo (in buona fede) sono anche gli operatori e i malati
Da una ricerca dall’Università di Padova e da Nps Italia Onlus emerge infatti che gli operatori sanitari sono portati a proiettare all'esterno le difficoltà che un sierorpositivo deve affrontare nella vita. E che gli stessi malati riescono a "raccontarsi" solo in riferimento alla patologia.

Lo stigma nei confronti dei malati di Hiv persiste ed è difficile sconfiggerlo. Lo è ancora di più perché ad essere convinti della ineluttibilità di una condizione disagio e isolamento sociale delle persone seriopositive sono in primo luogo gli operatori sanitari e gli stessi malati.
 
E' quanto emerge da una ricerca svolta dal Dipartimento di Psicologia Applicata dell’Università di Padova e da Nps Italia Onlus in collaborazione altre associazioni facenti parte della Consulta delle Associazioni per la lotta all’Aids, presentata alla vigilia della Giornata mondiale per la lotta all'Aids che si celebra ogni 1° dicembre. La ricerca, promossa nell’ambito dei progetti finanziati dal Ministero e individuati dalla Consulta, è durata un anno e mezzo, ed è stata condotta attraverso l’analisi di testi raccolti con interviste fatte in una prima fase a 375 persone con Hiv e a 142 loro familiari/amici/partner, e in una seconda fase a 510 persone definite come “gente comune” e a 240 operatori dell’ambito socio-sanitario, per un totale di 1.267 rispondenti.

Dai risultati emerge che i due indicatori che si posizionano più vicini allo “stigma” sono il modo in cui le persone con Hiv si vedono proiettandosi nel futuro e il modo in cui ritengono di poter gestire le discriminazioni in cui incorrono. In una scala che va da 1 (assenza di stigma) a 10 (massima presenza di stigma) tali indicatori si posizionano rispettivamente a 7,6 e 7,4. È infatti emersa l’impossibilità di individuare delle modalità di gestione della discriminazione in quanto si stabilisce a priori che la discriminazione sia così pervasiva e trasversale ai contesti di vita da non poter fare altro che accettarla o denunciarla.
 
I dati evidenziano inoltre che i rispondenti che concorrono in maggior misura a mantenere lo “stigma” in riferimento all’Hiv sono gli operatori dell’ambito socio-sanitario che si posizionano complessivamente a 7,4, seguiti dalla gente comune (7,2), dai familiari/partner (7,1)  e infine dalle persone con Hiv (7). I dati mettono quindi in evidenza come le informazioni date ad oggi sulle modalità di trasmissione del virus, non sono state sufficienti a modificare una situazione in cui dunque vi è ancora “stigma” e discriminazione. Dalla misurazione ottenuta risulta infatti che coloro che per profilo professionale detengono le informazioni relative alle modalità di trasmissione del virus, contribuiscono  a mantenere la situazione che la ricerca ha fotografato. Rispetto agli operatori è da sottolineare che tale contributo non è in termini di giudizio morale negativo nei confronti delle persone con Hiv, ma è relativo al considerare l’Hiv come causa di altre difficoltà, ad esempio sul piano psicologico e sociale. Ciò può implicare infatti che anche le persone con Hiv si attribuiscano tali difficoltà e possano raccontarsi solo in riferimento alla patologia (così come messo in luce dai dati della ricerca).

“La ricerca – spiega Nps nella nota di commento all'indagine – è partita dalla constatazione che i dati epidemiologici evidenziano un continuo aumento percentuale delle infezioni contratte attraverso ‘rapporti eterosessuali’ non protetti. Nonostante ciò, la trasmissione del virus e le modalità di contagio vengono ancora descritte unicamente in relazione ai cosiddetti ‘comportamenti a rischio’ quali omosessualità e tossicodipendenza. Aspetto culturale che mina fortemente l’efficacia delle informazioni sulla prevenzione, impedendogli di incidere in modo significativo sulle condotte che espongono qualsiasi cittadino alla possibilità di contagio. Oltre a rendere difficile, per chi è portatore del virus, sentirsi pienamente parte della comunità”.
Il progetto di ricerca parte quindi dal considerare lo “stigma” come una realtà costruita socialmente a partire da come la comunità parla della condizione sanitaria dell’Hiv.

Da qui l'obiettivo “di offrire agli operatori sociali e sanitari che intervengono rispetto alla ‘realtà Hiv’ strumenti e linee guida che si fondino su presupposti diversi da quelli della diffusione di informazione, così che possano farsi promotori della salute di coloro che hanno contratto il virus e rendere i portatori del virus stessi promotori della propria salute nella comunità”.

29 Novembre 2011

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