Disagio mentale giovanile. Ecco perché il Piano nazionale non basta

Disagio mentale giovanile. Ecco perché il Piano nazionale non basta

Disagio mentale giovanile. Ecco perché il Piano nazionale non basta

Un filo rosso che lega violenze giovanili, fragilità familiari e una scuola lasciata sola: il disagio mentale è cresciuto e il nuovo Piano nazionale è un passo importante, ma se non diventa pratica quotidiana diffusa nelle case e nei quartieri resterà solo un buon documento.

C’è un filo rosso che lega fatti apparentemente lontani tra loro, ma vicinissimi a tal punto da apparire l’uno la continuazione degli altri: un ragazzo che accoltella un coetaneo, una donna uccisa da chi diceva di amarla, una classe che diventa teatro di violenza, una famiglia che si spezza dall’interno. Non è solo cronaca nera. È il segnale di una tensione profonda che attraversa la società italiana e che oggi emerge con più forza tra i giovani. La salute della mente è cosa fin troppo seria da essere considerata poco, come accade nel Ssn.

 Ridurre tutto a una generica “deriva violenta” o liquidare la questione con un giudizio sulle nuove generazioni è non solo ingiusto, ma inefficace. Il punto non è che i giovani siano peggiori: il punto è che crescono in un contesto più fragile, più esposto, più disorientante. Un contesto in cui le emozioni sono amplificate, ma gli strumenti per gestirle sono spesso insufficienti.

La velocità del mondo digitale, l’esposizione continua al giudizio, la pressione sociale, l’isolamento mascherato da connessione: tutto contribuisce a creare una condizione in cui frustrazione, rabbia e senso di inadeguatezza trovano meno argini. Quando questi argini saltano, il passaggio dall’impulso al gesto può diventare drammaticamente breve.

Ma il problema non nasce solo nei ragazzi. È anche — e forse soprattutto — un problema adulto.

La famiglia, in molti casi, fatica a esercitare il proprio ruolo educativo. Non per mancanza di amore, ma per stanchezza, insicurezza, senso di colpa. Dire “no”, porre limiti, riconoscere uno sbaglio diventa sempre più difficile. Così accade che si difendano i figli anche quando hanno torto, che si delegittimi la scuola, che si eviti il conflitto educativo. Ma senza conflitto non c’è crescita, e senza limite non c’è responsabilità.

La scuola, dal canto suo, è spesso lasciata sola. Gli insegnanti non solo devono trasmettere conoscenze, ma anche supplire a vuoti educativi, gestire fragilità emotive, affrontare tensioni che un tempo restavano fuori dall’aula. E lo fanno con strumenti limitati, con un riconoscimento sociale indebolito, talvolta persino sotto attacco.

 In questo scenario si inserisce l’allarme lanciato dal ministro Orazio Schillaci con il Piano nazionale per la salute mentale, dal medesimo voluto con forza. Dopo oltre un decennio senza una strategia organica, il piano rappresenta un passaggio importante. Non solo per le risorse stanziate o per il rafforzamento dei servizi, ma per il messaggio che porta con sé.

È, a tutti gli effetti, un rendiconto: fotografa un Paese in cui il disagio psicologico è cresciuto, si è diffuso, ha cambiato volto. Ma è anche — e soprattutto — una chiamata. Una chiamata alle istituzioni, certo, ma anche alla società civile. Perché il disagio mentale non può essere delegato esclusivamente alla sanità. È un fenomeno che attraversa la scuola, le famiglie, i territori, i luoghi di lavoro, i media.

In questo senso, parlare di “emergenza” non è retorica. È il riconoscimento che serve una mobilitazione diffusa, quasi una presa di coscienza collettiva. Non una “chiamata alle armi” nel senso bellico del termine, ma una chiamata alla responsabilità: educativa, culturale, sociale.

Servono più psicologi, più servizi territoriali, più investimenti. Serve un paesaggio geo-demografico presidiato. Ma serve anche qualcosa di meno quantificabile e più difficile: ricostruire un tessuto di relazioni solide, restituire autorevolezza agli adulti, rimettere al centro il valore del limite e della responsabilità.

Perché il punto, alla fine, è semplice e drammatico insieme: fare un errore richiede un attimo. Rimediare può richiedere una vita. E quando gli errori diventano gesti irreparabili, non c’è sistema sanitario che tenga, non c’è piano che basti.

Se il piano vuole essere davvero una svolta, deve uscire dai documenti e diventare pratica quotidiana. Deve entrare nelle case, nelle scuole, nei quartieri. Deve tradursi in presenza, ascolto, regole, prevenzione.

Altrimenti resterà solo un buon documento. E noi continueremo a contare, impotenti, i segnali di un disagio che avevamo visto arrivare, ma che non siamo stati capaci di fermare.

Ettore Jorio

22 Aprile 2026

© Riproduzione riservata

Pandemie e nuove minacce sanitarie, l’Ocse avverte: cala la spesa per la preparazione. Nei Paesi poveri tre quarti delle risorse arrivano dagli aiuti esteri che sono però in riduzione del 46%
Pandemie e nuove minacce sanitarie, l’Ocse avverte: cala la spesa per la preparazione. Nei Paesi poveri tre quarti delle risorse arrivano dagli aiuti esteri che sono però in riduzione del 46%

Dopo l’impennata degli investimenti provocata dalla pandemia di Covid-19, la spesa destinata a prevenire, preparare e affrontare le grandi minacce sanitarie globali ha cominciato a scendere. Ma soprattutto resta caratterizzata...

Il diritto alla cura torna a fare i conti con i costi
Il diritto alla cura torna a fare i conti con i costi

Il nuovo tariffario della specialistica supera la logica dei prezzi amministrati sganciati dalla realtà. Ma apre una questione: lo stesso prezzo nazionale può davvero garantire gli stessi LEA in territori...

Malattie croniche, il conto sull’economia è salato. Ocse: bruciato fino all’1,2% del Pil potenziale
Malattie croniche, il conto sull’economia è salato. Ocse: bruciato fino all’1,2% del Pil potenziale

Le malattie croniche non sono soltanto una delle principali sfide per i sistemi sanitari, ma rappresentano anche un freno strutturale alla crescita economica. Cancro, malattie cardiovascolari, diabete e broncopneumopatia cronica...

Residui negli alimenti di origine animale. Nel 2025 quasi 27mila campioni e oltre 419mila analisi. Ministero: sistema solido, ma restano criticità
Residui negli alimenti di origine animale. Nel 2025 quasi 27mila campioni e oltre 419mila analisi. Ministero: sistema solido, ma restano criticità

Sono 26.920 i campioni prelevati in Italia nel 2025 nell’ambito del Piano nazionale residui (PNR), sui quali sono state effettuate complessivamente 419.571 determinazioni analitiche. I campioni risultati non conformi sono...