Il Lazio e quei canali preferenziali per gli Istituti religiosi

Il Lazio e quei canali preferenziali per gli Istituti religiosi

Il Lazio e quei canali preferenziali per gli Istituti religiosi
Il pagamento delle attività non misurabili per ripianare a piè di lista i bilanci in rosso perpetuo è stata per anni prassi consolidata, e anche quando si doveva decidere quale ospedale o reparto chiudere la scelta è stata sempre a favore dei religiosi. Inoltre, si è lasciato che alcune attività cliniche specialistiche fossero svolte esclusivamente da questi Istituti.

Nel suo intervento su QS del 22 giugno dal titolo “Sanità religiosa. Vizi privati e pubbliche virtù” Mauro Quattrone, commentando un articolo del Prof Gianfrante, ricostruisce con molta precisione le vicende della sanità religiosa e i numerosi scandali che ne hanno compromesso, forse irrimediabilmente, l’immagine. Scandali che non conoscono ancora la parola fine se sarà dimostrata veritiero il contenuto di intercettazioni telefoniche in cui il cardinale Versaldi avrebbe suggerito al direttore de Bambino Gesù Profiti di distrarre 30 milioni di fondi pubblici destinati al Bambino Gesù, per acquisire l'Idi, oggi soffocato dai debiti e in via di liquidazione per le ruberie che ne hanno offuscato gli indiscussi meriti scientifici. Il tutto da tenere all'insaputa di Papa Francesco.

Nel Lazio dunque gli istituti religiosi hanno sempre goduto di un canale preferenziale presso l’amministrazione regionale, indipendentemente dal fatto che a governare fosse la destra o la sinistra. Il pagamento delle attività non misurabili per ripianare a piè di lista i bilanci in rosso perpetuo degli enti religiosi è stata per anni prassi consolidata e anche quando si doveva decidere quale ospedale o reparto chiudere la scelta è stata sempre a favore dei religiosi come insegna il caso della maternità del Fatebenefratelli dell’Isola Tiberina, potenziata mentre venivano chiusi il San Giacomo e il Nuovo Regina Margherita con i relativi reparti di ostetricia.

Un altro meccanismo utilizzato per impedire una sana competizione tra le strutture pubbliche e religiose a convenzione obbligatoria è stata anche quella di lasciare che alcune attività cliniche specialistiche fossero svolte esclusivamente dai medesimi Istituti religiosi; e in questo caso è emblematico il caso dell’allergologia. Per quanto riguarda infatti l’allergologia da farmaci, da veleno di imenotteri e le pratiche di desensibilizzazioni da alimenti e da farmaci, le uniche strutture in grado di eseguire tali prestazioni, con alcune eccezioni per quanto riguarda l’allergologia alimentare pediatrica, svolta anche in ospedali pubblici e presso il Policlinicio Umberto I, sono le strutture religiose e in modo particolare Policlinico Gemelli, Columbus, IDI e Bambino Gesù.

La cosa che risulta incomprensibile è perché mai la regione Lazio abbia deciso di non diversificare l’offerta prevedendo nei suoi Piani sanitari come anche nell’ultimo Piano di rientro l’attivazione di specifiche strutture negli ospedali pubblici; e questo non tanto nell’area cittadina dove obbiettivamente è alta l’offerta quanto nelle provincie dove tali servizi sono totalmente assenti e i cittadini non hanno alcuna risposta a problemi sanitari di elevato impatto clinico-assistenziale. Cosa ancora più paradossale è che anche i Policlinici Universitari dove insistono le relative scuole di specializzazione in allergologia e immunologia clinica hanno deciso di svolgere attività di allergologia in modo residuale rispetto alla immunologia clinica (HIV e reumatologia) fornendo un servizio non dissimile da quello erogato da una qualsiasi ambulatorio territoriale.

In realtà quello che risulta sempre più evidente è che nella policy sia di livello nazionale che regionale i miti della modernizzazione, dell’efficienza allocativa e della competizione tra erogatori sono strumenti utilizzati prevalentemente per ottenere una legittimazione sociale attraverso il meccanismo dell’isomorfismo mimetico. Poco viene fatto per aumentare effettivamente l’efficienza del sistema e garantire una equa distribuzione dei servizi e le decisioni vengono sempre assunte sotto la spinta di emergenze finanziarie. Tutto il contrario di quello che dovrebbe fare la politica, ma a questo siamo ormai da lungo tempo avvezzi.

Roberto Polillo

Roberto Polillo

22 Giugno 2015

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