La guerra in Iran sembra un conflitto lontano, combattuto in un teatro geografico che la maggior parte degli europei faticherebbe a indicare su una cartina. Tre settimane fa gli Stati Uniti e Israele hanno avviato l’Operazione Epic Fury contro l’Iran, la più massiccia campagna aerea contro le infrastrutture militari iraniane della storia recente. Da quel momento in poi, lo stretto di Hormuz – il corridoio marino stretto tra la penisola arabica e l’Iran attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale e una quota determinante del gas naturale liquefatto globale – è diventato di fatto una zona di guerra. Il transito commerciale si è quasi azzerato. I prezzi dell’energia hanno subito un’impennata immediata. La crisi energetica che ne è derivata domina i titoli dei giornali e ha già costretto il governo italiano ad approvare d’urgenza un decreto carburanti.
Ma c’è una domanda che il dibattito pubblico non ha ancora posto con la necessaria chiarezza: cosa succede ai farmaci? Non alle scorte nei magazzini, non alle forniture già contrattualizzate, ma alla capacità stessa di produrli. Perché la risposta, a leggerla con attenzione lungo tutta la filiera, è più inquietante di qualsiasi aggiornamento dal fronte. Il petrolio non muove solo le automobili. Muove anche le medicine. E lo stesso stretto, ormai fronte di guerra, è il punto attraverso cui transita una quota determinante delle materie prime necessarie a produrre i farmaci essenziali del pianeta.
Prima di entrare in una farmacia, una pillola di paracetamolo ha percorso una strada lunga migliaia di chilometri attraverso una catena di trasformazioni chimiche che parte dal petrolio. Il fenolo – derivato dal cumene, di origine petrolchimica – viene convertito in para-aminofenolo e poi acetilato per dare il principio attivo che conosce chiunque abbia avuto la febbre. La metformina, il farmaco per il diabete di tipo 2 più prescritto al mondo, dipende dalla diciandiamide, che risale a sua volta a derivati del gas naturale. Gli antibiotici come l’amoxicillina e la ciprofloxacina richiedono metanolo, acetone e diclorometano come solventi nei processi di estrazione e cristallizzazione. I farmaci oncologici e biologici dipendono da una catena del freddo energivora e da imballaggi in polietilene, polipropilene o PET – tutti derivati dalla nafta.
Non sono scelte industriali discutibili: sono i processi di base della sintesi farmaceutica moderna. E quasi tutti convergono, in un punto o nell’altro della filiera, su un’unica fonte di approvvigionamento: i derivati degli idrocarburi del Golfo Persico.
Il nodo indiano
Il punto più critico dell’intera catena si trova a Mumbai, Chennai e Hyderabad – nei distretti industriali farmaceutici indiani che producono tra il 40 e il 47% dei farmaci generici consumati negli Stati Uniti in termini di volume, e che riforniscono gran parte del mondo in via di sviluppo. L’India rappresenta il 20% della produzione mondiale di farmaci generici. Importa annualmente 4,35 miliardi di dollari in principi attivi farmaceutici, il 74% dei quali dalla Cina. Ma i precursori critici che servono alle industrie cinesi e indiane per sintetizzare quei principi attivi – il metanolo e il glicole etilenico – dipendono in larghissima parte dallo stretto di Hormuz.
A questo si aggiunge una scelta di politica interna che aggrava ulteriormente il quadro: il governo indiano ha dato priorità al GPL per uso domestico rispetto alle materie prime petrolchimiche industriali, penalizzando la filiera farmaceutica a valle. L’effetto è già misurabile: i costi dei principi attivi sono aumentati del 30% nelle ultime settimane.
Il conto alla rovescia
I magazzini non sono vuoti. Il margine di sicurezza tipico dell’industria farmaceutica è di due o tre mesi di scorte. Ma la guerra è iniziata ormai tre settimane fa, e quello stock era stato dimensionato per scenari ordinari – non per la chiusura prolungata dello stretto attraverso cui transita una quota determinante delle materie prime necessarie a produrre i farmaci essenziali del pianeta.
Per rendere concreto lo scenario, basta seguire il percorso di una singola pillola. Un diabetico assume metformina ogni mattina. La diciandiamide che costituisce il principio attivo risale, attraverso un intermedio cinese, a un derivato del gas naturale originario del Golfo Persico. Il metanolo usato per cristallizzarla proviene da un terminale che ora si trova oltre lo stesso stretto, in zona di guerra. Il blister è in polietilene derivato dalla nafta, caricata in un impianto sotto controllo militare iraniano. Una pillola. Quattro dipendenze petrolchimiche. Un unico punto critico.
Il metanolo determina se il farmaco viene sintetizzato. Il polietilene determina se arriva sugli scaffali in un blister. L’energia determina se la catena del freddo regge per i prodotti oncologici e biologici. Ogni molecola nella catena di approvvigionamento farmaceutica converge oggi sullo stesso punto di vulnerabilità.
Il tema della carenza farmaceutica: da problema a potenziale emergenza?
La carenza di farmaci era un problema già prima della guerra in Iran: oscillava tra 400 e 1.500 medicinali a seconda del Paese. Quel numero è destinato a crescere in ogni scenario. A rischiare maggiormente sono quei sistemi sanitari con meno riserve, meno capacità di approvvigionamento alternativo e meno voce nei tavoli dove si decidono le priorità di distribuzione. Il conto alla rovescia per l’esaurimento dei principi attivi farmaceutici è in corso per tutti, ma non per tutti allo stesso ritmo.
A confermarci la fragilità della situazione è Egualia, l’organo di rappresentanza ufficiale dell’industria dei farmaci generici equivalenti e dei biosimilari, che monitora in tempo reale l’evoluzione della filiera. “La guerra in Medio Oriente sta sconvolgendo ovviamente anche la logistica farmaceutica – spiegano dall’associazione -. I principali hub di trasporto aereo che collegano Europa e Asia sono coinvolti nel conflitto e le aziende farmaceutiche sono costrette a lunghe deviazioni per garantire le spedizioni a temperatura controllata, indispensabili per alcune categorie di medicinali. Per ora non si registra nessun impatto rilevante sulla produzione globale di principi attivi farmaceutici e nessuna interruzione sistemica nella produzione e fornitura di prodotti. Il settore riesce ancora a gestire la situazione, reindirizzando i carichi attraverso Arabia Saudita, Istanbul o Oman, e utilizzando il trasporto su gomma per l’ultimo tratto”.
La rassicurazione, però, è accompagnata da un avvertimento preciso sui tempi: “Il problema potrebbe sorgere se il conflitto dovesse prolungarsi ancora per più settimane, quando le scorte ospedaliere di alcuni medicinali a breve durata potrebbero iniziare a scarseggiare”. E sul fronte dei costi, i dati sono già allarmanti: “Un prolungato aumento del prezzo del petrolio inciderebbe su numerose componenti di costo. Materiali di imballaggio e logistica sono i settori della catena di approvvigionamento dove le criticità tendono a manifestarsi più rapidamente. Già ora, secondo il rapporto UNCTAD di marzo 2026, le tensioni geopolitiche e l’instabilità delle rotte marittime hanno determinato un incremento del costo dei trasporti pari al 72% e un aumento delle assicurazioni fino al 300%”. La conclusione di Egualia è netta: “Sarà la durata dello shock a determinare se la crisi attuale darà origine a un problema strutturale o se si tratterà solo di un picco temporaneo”.
Una preoccupazione condivisa da Andrea Mandelli, presidente della Federazione degli ordini dei farmacisti italiani (Fofi), che inquadra la crisi attuale in un contesto di vulnerabilità strutturale già nota. “In questo caso, come mai prima, il fattore tempo è determinante. I farmacisti denunciano da tempo il rischio legato alle carenze di farmaci – spiega Mandelli -. La dipendenza dell’Italia e dell’Europa dall’estero per i principi attivi non è una novità: era già emersa con forza durante la pandemia di Covid e poi con il conflitto in Ucraina. Siamo tra i migliori produttori di farmaci finiti al mondo, ma non produciamo i principi attivi di cui abbiamo bisogno. Per questo va nella giusta direzione la riforma del testo unico sulla farmaceutica, che punta esplicitamente a rafforzare anche questa componente della filiera”. Sul fronte del conflitto, Mandelli è diretto: “In questa guerra, più ancora che in quella in Ucraina, ogni settimana che passa avvicina il momento in cui le scorte inizieranno a non bastare più. L’auspicio è che si trovi al più presto una soluzione che eviti ulteriori danni e riapra il passaggio delle merci nello stretto di Hormuz”.
Una crisi senza prospettive di soluzione a breve
Quello che rende questo scenario particolarmente grave è che non si intravedono prospettive di cessazione del conflitto nel breve termine. La posizione iraniana è stata chiara e coerente fin dal primo giorno: colpire tutti i Paesi che permettono agli Stati Uniti di usare il loro spazio aereo, le loro acque e i loro territori per lanciare attacchi. Una logica di escalation simmetrica che non lascia spazio a de-escalation spontanee.
Il protrarsi del conflitto trasformerebbe la crisi energetica da emergenza contingente a condizione strutturale, con conseguenze sulla filiera farmaceutica difficilmente reversibili nel breve-medio periodo. E uno scenario di ulteriore escalation – un tentativo da parte di Stati Uniti e Israele di prendere lo stretto di Hormuz con la forza – aggraverebbe tutto in modo potenzialmente irreversibile. L’Iran non risponderebbe con una mera interruzione temporanea del transito: risponderebbe con danni permanenti alle infrastrutture dello stretto stesso. A quel punto l’emergenza energetica non sarebbe più un’emergenza. Sarebbe la nuova normalità. E con essa, una nuova normalità nella disponibilità globale di farmaci essenziali – con ricadute dirette sulla capacità produttiva dell’intera filiera farmaceutica mondiale che nessun piano di emergenza nazionale è oggi attrezzato ad affrontare.
I primi segnali di questa guerra li abbiamo registrati, fino ad oggi, nel momento in cui ci recavamo a fare rifornimento alle pompe di benzina. Il rischio è che le ripercussioni inizino a farsi sentire, in maniera ben più pesante, anche dentro ogni ospedale, farmacia o casa in cui qualcuno apre ogni mattina un blister di metformina, di amoxicillina o di ibuprofene per potersi curare.