Gentile Direttore, non facciamoci illusioni. Sarebbe come non vedere la mucca nel corridoio. Il medico sarà sostituito direttamente o indirettamente in tempi brevi nella cura del corpo e della mente dall’intelligenza artificiale (IA). Dobbiamo rassegnarci al fatto che il turbocapitalismo tecnologico deciderà e il medico consulterà, comunicherà ed eseguirà?
Se la tecnologia migliorerà la salute, l’aspettativa di vita e la qualità di vita, sarebbe assurdo essere contrari. Soprattutto per la salute bisogna valutare sempre il risultato pratico più conveniente. La percezione da parte del medico della riduzione della propria autonomia decisionale, di essere più nel menù che seduto al tavolo, non è un gran male di fronte al miglioramento delle possibilità di cura, se effettivamente sarà così. Lo scopriremo solo vivendo.
L’inconveniente peggiore sarà il “debito cognitivo” e soprattutto lo “scarico cognitivo” oltre quello più generale di far pensare ad uno stupido di essere intelligente. Il medico saprà diagnosticare e curare meglio senza conoscere il corpo e la mente del paziente. Inevitabilmente sarà sempre più dipendente dalla tecnologia. D’altra parte, succede anche oggi per altre attività. Siamo analfabeti funzionali tecnologici sotto molti aspetti. Guidiamo la macchina senza conoscere il motore e gli altri accessori e arriverà il momento che non sarà necessario neppure saper guidare. Già oggi siamo bravissimi a fare le radici quadrate e calcoli difficilissimi senza sapere come si fa. L’ignoranza, intesa come assenza di conoscenza, non necessariamente preclude l’utilizzo della tecnologia e il sapere tecnologico, anche se, nella partita a tre tra IA, medico e paziente, bisognerà ripensare al carico di responsabilità penali, civili ed etiche. Comunque sia l’IA non può essere disancorata dalla umanità naturale, dalla necessità di rassicurazione, speranza, illusione e la comprensione delle fragilità fisiche e psichiche, che può provenire solo dal calore umano e dalla reale e vissuta compassione, capace di generare emozione, tensione, pensiero, in un intelligente paternalismo di ritorno che spazia dall’illusione ed efficacia offerte dal Mercato alla evidenza ed appropriatezza offerte dalla Scienza. Il medico dovrà sapere curare l’anima intesa in senso laico. Sarà di nuovo necessario il tanto criticato e bistrattato paternalismo inteso come “spinta gentile o nudging”.
“Che ne sanno i dottori dei bisogni dell’anima di una persona?” dice Don Pedro Aragon nel film “Il profumo del mosto selvatico”. Al medico e alla scienza si può chiedere di curare il corpo e la mente, non l’anima. La cura dell’anima bisognerebbe chiederla alla filosofia per chi non crede e alla religione per chi crede. Ma né il filosofo né il prete si assumono questa responsabilità nel paziente “reale”, inscindibile dal corpo e dalla mente. Quindi tocca al medico, soprattutto nell’era della IA. È un po’ una evoluzione del concetto di fiducia ed empatia con il ritorno al sano paternalismo gentile (“nudge” per chi ama le parole della letteratura scientifica).
È difficile dare una definizione dell’anima in un senso che non sia religioso ma laico. Nella cultura greca poteva identificarsi con il “daimon”, una voce segreta, un richiamo che ci invia messaggi, ci induce a realizzare il nostro destino e diventare ciò che autenticamente siamo. È “tutto un equilibrio sopra la follia” direbbe Vasco Rossi. L’anima non è quindi materia né per lo scienziato né per il medico, ma per religiosi, filosofi e artisti, ma paradossalmente è compito del medico occuparsene. Al contrario di corpo e mente che sono qualcosa di umano, l’anima è qualcosa di metafisico. L’anima è il mistero profondo, nebuloso, inviolabile ed irripetibile che ogni persona custodisce gelosamente con gioia e sofferenza. È un enigma in un groviglio di emozioni, sentimenti, credenze, di una persona non governate dalla ragione che sfugge alla convenzionale cura secondo scienza e coscienza. Il benessere dell’anima si intreccia con quella della mente e del corpo ma il suo benessere è diverso, così che i vizi possono migliorare il benessere meglio delle virtù e la ragione potrebbe avere torto. Hanno provato a capirla filosofi, religiosi, scienziati ed artisti ma con interpretazioni di parte, il più delle volte ideologiche. Affidarsi al metodo scientifico in una materia che non è scientifica è forse sbagliato. Questo spiega perché la prevenzione è difficile. Si occupa della salute del corpo e della mente ma ha difficoltà nel migliorare il benessere dell’anima.
Perché rifiutiamo consigli, provvedimenti e terapie efficaci? Perché l’evidenza è spesso perdente di fronte a ipotesi e ideologie? Perché anche nella salute il mistero talvolta affascina più della conoscenza? Sono tutte domande senza risposta se non ci occupiamo del problema dell’“anima”. Se ne occupano gli psichiatri che la cercano nei processi mentali, i farmacologi con i neurotrasmettitori dei circuiti cerebrali, gli psicologi che la cercano tra le emozioni, le relazioni e i comportamenti, i religiosi che la cercano nella fede, i filosofi come sede della coscienza e dei valori morali, gli artisti che la cercano nella bellezza. Il medico se ne occupa perché se ne deve occupare, spesso a malincuore. Gli resta difficile capire perché, se deve curare la polmonite, l’artrosi o l’insonnia, deve prestare attenzione anche ai problemi dell’anima del paziente che potrebbero diventare prevalenti in una società ricca di materialità ma alla ricerca affannosa di spiritualità.
L’IA lo sostituisce o gli dà una grande mano nella risoluzione dei problemi del corpo e della mente ma lo incasina nella interpretazione e risoluzione dei problemi dell’anima che hanno bisogno di sintonia con il bisogno di illusione, immaginazione, paternalismo. Ne viene fuori un groviglio mentale difficile da dipanare e da governare ma comunque inevitabile perché la cura dell’anima, insieme a quella di corpo e mente, è parte integrante della cura della persona. La malattia ha bisogno della scienza dell’intelligenza artificiale, il malato della coscienza del medico. La decisione finale rimane una scommessa. Tutto continuerà a dipendere dal caso condizionato dalla probabilità della evidenza e della credenza, sia pur meglio analizzata dalla IA.
Franco Cosmi
Medico cardiologo Perugia