Gentile Direttore, il 29 dicembre 2025 è stato approvato dalla Conferenza permanente per i rapporti Stato Regioni e Province Autonome di Trento e Bolzano il Piano d’Azione Salute Mentale 2025-2030 (PASM).
Il giorno successivo è stata approvata la legge di bilancio per il 2026 che al comma 344 recita “Al fine di garantire gli obiettivi e le azioni strategiche di intervento previsti nel Piano di azioni nazionale per la salute mentale 2025-2030 (PANSM 2025-2030) necessari per potenziare e qualificare l’assistenza integrata a tutela della salute mentale della persona, accompagnandola in tutto il ciclo della propria vita, a decorrere dall’anno 2026 una quota del fabbisogno sanitario nazionale standard, pari a 80 milioni di euro per l’anno 2026, 85 milioni di euro per l’anno 2027, 90 milioni di euro per l’anno 2028 e 30 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2029, è destinata all’implementazione e al potenziamento delle strategie e delle azioni per prevenzione, diagnosi, cura e assistenza definite negli obiettivi del medesimo PANSM 2025-2030.”
Di interesse è anche quanto previsto al comma 333 della sopracitata legge di bilancio. “Il livello del finanziamento del fabbisogno sanitario nazionale standard cui concorre lo Stato è incrementato di 2.382,2 milioni di euro per l’anno 2026, 2.631 milioni di euro per l’anno 2027 e 2.633,1 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2028, anche per le finalità di cui ai commi da 334 a 409.”
Una percentuale (2 o 3,4 o 5 o l’8,5%?) dell’incremento del Fondo Sanitario Nazionale dovrebbe andare alla salute mentale per fare fronte ai bisogni e agli aumentati costi. Occorre la massima vigilanza perché venga assicurato il turnover degli operatori, sostituite le lunghe assenze per malattie prolungate e le gravidanze e fermato l’accorpamento/chiusura di servizi.
Se come noto, un Piano di Azione dovrebbe partire da un’analisi dei dati epidemiologici e della situazione, assai diversificata, delle regioni al fine di indicare in modo coerente obiettivi, priorità, tempistiche, risorse, modalità di monitoraggio, verifica e rendicontazione, il PASM non è concluso ma da considerarsi in itinere e in evoluzione. Per questo credo occorra un esame di realtà e prendere atto che:
a) la legge di bilancio sancisce un finanziamento di 80 milioni per il 2026 rispetto ai 3,2 miliardi di euro necessari per realizzare l’intero PASM. Il finanziamento strutturale aggiuntivo è di 30 milioni di Euro e pertanto le assunzioni di personale potranno essere, in relazione alle qualifiche, all’incirca 450 operatori. Come noto il fabbisogno per raggiungere i parametri Agenas del 2022, di circa 15mila. Un divario molto rilevante e senza personale adeguato molti dei programmi e azioni proposte dal PASM non potranno essere attuate. Pertanto andrà definito un ordine di priorità con un coerente planning economico.
b) nel PASM vi sono linee di indirizzo e tanti punti vengono rinviati, per competenza alle Regioni. E’ importante che mediante un metodo dialettico e partecipato si arrivi ad una dettagliata e realistica programmazione.
Ad esempio il PASM non indica quale sia il modello di dipartimento di salute mentale. Infatti, dopo averlo definito “integrato e inclusivo” rimanda ad un successivo lavoro con le regioni la decisione circa il mantenimento o meno del Dipartimento delle Dipendenze. Resta da definire quale sia l’ambito territoriale ottimale di riferimento sia dei dipartimenti sia dei servizi sul territorio, in primis i Centri di Salute Mentale, ma anche centri di Npia e SerD anche in funzione delle Case della Comunità (DM 77/2022). Va precisato quale debba essere la dotazione e qualità della residenzialità nonché le modalità operative per la sua trasformazione.
La giusta attenzione del PASM alla gravidanza e alla salute perinatale, non vede una conseguente proposta organizzativa, lo stesso per i posti letto ospedalieri di NPIA (necessari ma non quantificati) e per i servizi da dedicare al neurosviluppo nelle varie fasi della vita. Senza un piano attuativo rischiano di restare sulla carta le equipe di transizione, i diversi Percorsi diagnostico terapeutico assistenziali (PDTA), il sostegno alla non autosufficienza, famiglie e care giver…. I piani per la sicurezza delle cure.
Diversi temi migranti, povertà, emarginazione, senza fissa dimora, problematiche e affermazione di genere, LGBTQ+, pure molto rilevanti vanno affrontati in modo organico sia nel sistema di cura che in quello di comunità. Sui percorsi giudiziari è molto importante l’affermazione di principio a difesa del mandato di cura: “il Dipartimento di Salute Mentale può e deve garantire le cure in ambito psichiatrico ma non la sicurezza sociale”. (PASM pag. 50) Anche su questo tema, giustamente si rinvia alle valutazioni regionali ma dovrebbe essere valorizzato e sostenuto l’impegno, anche economico, che i DSM stanno facendo e devono continuare a fare per attuare la legge 81/2024. Risorse servono anche per sostenere tutti i percorsi alternativi alla detenzione per persone con problemi da sostanze.
c) Il PASM è fondamentale per rappresentare la situazione e orientare tutte le politiche nazionali e locali. Di fronte a 2 milioni di persone con disturbi mentali severi senza cura, di 6 milioni di poveri assoluti di cui 1,2 milioni di minori, della condizione dei minori, migranti e famiglie dovrebbe scattare la consapevolezza politica e sociale dell’emergenza per la quale servirebbe un’unanime volontà di intervenire con risorse adeguate da investire nei Dipartimenti di Salute Mentale e nei servizi sociali per cure appropriate e piani organici di intervento.
Vi è motivo di speranza se il PASM segna, mediante una ripresa della motivazione, partecipazione/protagonismo e formazione, una fase di sviluppo verso l’obiettivo di migliorare il welfare di comunità (anche con strumenti come il Budget di Salute) per creare salute e benessere mediante accoglienza, lavoro, inclusione, co-housing, cultura, sport e socialità… Un grande progetto comune di realizzazione della legge 180.
Ma serve un lavoro coerente altrimenti le tante buone intenzioni e le valide linee di indirizzo espresse nel PASM, subordinate alle disponibilità economiche, restano sulla carta deludendo le attese di pazienti e famiglie, in una situazione assai critica dei servizi e degli operatori che resistono ma sono a rischio di burn out e drop out, specie se lasciati soli e chiamati, ancora una volta, ad arrangiarsi e a fare con quel che c’è in un quadro di progressivo, rassegnato e silenzioso impoverimento. Una prospettiva che sarebbe grave, ingiusta e pericolosa.
Pietro Pellegrini
Psichiatra e psicoterapeuta